Domenica 14 Agosto 2022

Il direttore amico di Dell’Ultri che millantava lauree e blasoni

Napoli, 24 maggio 2012 – Erede dei principi di Lampedusa e accademico plurititolato. Era tutto. E ora è nulla. Anzi, in realtà è sempre stato ben poco rispetto a quello che millantava di essere. Sosteneva di essere un principe e un professore. Ma non è mai stato né l’uno né l’altro. Faccendiere, quello sì. Marino Massimo De Caro, direttore dimissionario della biblioteca dei Girolamini, fresco d’arresto per il furto di libri proprio ai Girolamini, in età berlusconiana è stato collaboratore del ministro della Cultura Galan. Ma ha fatto pure il console onorario del Congo, il responsabile delle pubbliche relazioni dell’Inpdap, il manager del gruppo Renova. Più di ogni altra cosa, è amico (“stretto”, dicono) del senatore Marcello Dell’Utri. Di certo titoli di studio, né specifici e neppure non specifici, per dirigere un’antica biblioteca non ne aveva. De Caro non si era mai laureato a Siena, come diceva, né insegnava all’Università di Verona, come sosteneva. “Ho pubblicato un libro su Galilei”, aveva raccontato. Ma gli unici volumi di Galilei che gli sarebbero passati per le mani sono stati quelli che ha donato, in Sudamerica, all’Universidad Abierta Interamericana, in cambio di una laurea, come ha accertato e scritto Gian Antonio Stella in un articolo sul Corriere della Sera. Né De Caro era mai stato un discendente principe di Lampedusa. Tutto smentito dai veri eredi Lampedusa. E allora non sorprenda che, sulla scorta di una lettera-denuncia dello storico dell’arte Tommaso Montanari, gli intellettuali abbiano chiesto, con tanto di petizione, al ministro Ornaghi la rimozione di De Caro, un uomo che, si legge nella lettera, “non ha i benché minimi titoli scientifici e la benché minima competenza professionale per onorare quel ruolo”. E dire che ancora non si sapeva dei libri spariti. Se non, addirittura, fatti sparire. Ma per chiederne la cacciata, era bastato che Montanaro avesse reso pubblico ciò che i suoi occhi avevano visto durante l’ultima visita nella biblioteca dei complesso dei Tribunali: disordine, polvere, pile di libri preziosi accatastate per terra, lattine vuote di Coca-cola abbandonate sugli antichi banconi. E poi quei racconti della gente che abita intorno al convento: auto che escono cariche, nottetempo, dai cortili della biblioteca. Cariche di libri. Pare. Li avrebbe rubati De Caro, è l’accusa. Che poi, a scavare, si scopre che si tratta dello stesso De Caro mediatore nell’affare del petrolio venezuelano, descritto nel libro “Il sottobosco”, di Sansa e Gatti, come “uno dei casi più clamorosi di alleanza tra dalemiani e berlusconiani”. Gli intellettuali dubitavano di lui. E mentre montano i dubbi, il professor-principe De Caro denuncia la sparizione di millecinquecento libri dal convento dei Girolamini.

 

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