Martedì 26 Marzo 2019

Racket e devastazioni, decimata la seconda generazione dei Falanga: 35 arresti a Torre del Greco

 

Napoli, 29 gennaio 2013 – La piovra aveva tentacoli ovunque: dalle vecchie e care slot machine, a un pizzo specializzato imposto a gestori di farmacie e supermercati. Ma pure le rapine fanno bilancio. Come una fenice, la malavita torrese era risorta e si era riorganizzata forse anche meglio. Con buona pace per gli arresti a raffica degli anni scorsi, le famiglie decapitate e gli omicidi eccellenti. Il vecchio blasone dei Falanga era risorto a Torre del Greco e aveva nascosto i suoi affari dietro l’insegna di un “club Napoli” per evitare i sequestri dell’Antimafia. A capo della cosca c’era l’erede: Domenico Falanga, 42 anni, rampollo dello storico padrino Giuseppe, alias “Peppe ‘o struscio”, e nella cupola tutto il resto della sua famiglia. Dalla moglie, Carmela Cangiano, 40 anni, ai cugini. Avevano adottato la strategia del pizzo a tappeto, imponevano rate fisse, oppure pretendevano beni di consumo in cambio della protezione. Le prove sono tutte nelle mani della Direzione Distrettuale Antimafia che ha raccolto un fiume di intercettazioni telefoniche ed ambientali e ha trascritto i verbali di due pentiti che hanno svelato i segreti dell’organizzazione. Gli agenti del commissariato di Torre del Greco hanno eseguito 35 ordinanze di custodia cautela in carcere, 23 indagati erano già detenuti, gli altri sono stati fermati con l’accusa di associazione camorristica. Gli esattori avevano la licenza di minacciare e punire chi non si piegava alla legge del clan. Con ogni mezzo, anche armi in pugno. In alcuni casi venivano pianificati raid all’interno dei bar e dei circoli per distruggere i videopoker presi da gestori non legati al clan. Tra gli arrestati anche la moglie e nuora del boss, Carmela Cangiano, e soprattutto l’attuale reggente della cosca, Domenico Gaudino, uscito di prigione nel 2011. Nel corso delle indagini, sono stati accertati gravi episodi di violenza ai danni delle vittime del racket, minacciate anche con le armi in pugno. Gli imprenditori vessati, infatti, erano costretti a versare “rate” mensili o a scadenze prefissate. E quando le vittime provavano a sottrarsi alle richieste estorsive, alcuni dei soggetti oggi raggiunti dai provvedimenti restrittivi “organizzavano – spiega ancora Cantelmo – all’interno dei circoli ricreativi veri e propri raid nel corso dei quali, per dare forza alle minacce, gli apparecchi da gioco venivano danneggiati, resi inservibili o, nella migliore delle ipotesi, fatti spegnere dagli stessi gestori sotto la minaccia di ritorsioni”.

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