Venerdì 19 Agosto 2022

La fine silenziosa di Angelo Nuvoletta, il capo dei capi di Marano “pungiuto” da Cosa Nostra. Fu lui a ordinare l’omicidio di Siani. Il parroco vieta i funerali

 

Napoli, 21 ottobre 2013 – Come ogni pezzo grosso di quegli anni di fitti misteri e altrettanti fitti legami di mala-politica, ovunque sarà tumulato, con lui ci andranno i segreti più oscuri. Storie di stragi, di rapporti tra politica e malaffare, di interazioni con quella criminalità chiamata Cosa Nostra. E tanto altro. Dei suoi settantuno anni, ce ne sarebbero una trentina tutti da svelare. Ma che Angelo Nuvoletta non ne ha fatto cenno neppure in punto di morte. A stroncare il capo dei capi di una mala tanto più vicina alla mafia quanto non lo fosse la mafia stessa, è stato un cancro. Se l’è portato via in un reparto per malati terminali all’ospedale di Parma. Il padrino aveva sul capo alcuni ergastoli. Gli ultimi dodici anni li ha trascorsi in regime di carcere duro, dopo averne passati ben 17 a fuggire dalle maglie della giustizia. Fino all’arresto, nel 2001. Nel suo cuore, i segreti della più devastante stagione delle stragi di camorra: dei suoi legami con la mafia dei corleonesi di Liggio e Riina, delle connivenze con la politica degli anni Ottanta, dei delitti eccellenti come quello del giornalista Giancarlo Siani e della mattanza di rivali dai nomi qualunque, soffocati e sciolti nell’acido.  La scorsa settimana, su disposizione del giudice di sorveglianza, Nuvoletta era stato trasferito dal settore di massima sicurezza del carcere all’ospedale. Dal pm Marco Del Gaudio della Procura antimafia era partito un accertamento, come di prassi: ma il responso clinico diceva che aveva ormai gli restava molto poco. Giorni, ore, trascorse contornato dai parenti. Una vita che da sola rende la storia di un trentennio di camorra. Coi fratelli boss Lorenzo e Ciro, della onorata famiglia di Marano, Angelo è sempre stato considerato  il più stratega e sanguinario. Non c’era palazzo o traffico criminale che si muovesse nell’area a Nord di Napoli, senza il placet dei signori di Marano, che governavano economie, vite e destini impenditoriali dalla loro tenuta di Poggio Vallesana, attravesrata da decine di esemplari di cavalli di razza e da altrettante squadre di professionisti al loro servizio. Una carriera decollata con l’affare delle sigarette di contrabbando. Lievitato con la droga, cocaina ed eroina, di cui i fratelli Nuvoletta furono i primi importatori grazie agli stretti legami coi padrini di Cosa Nostra. Angelo, come i fratelli, era il cosiddetto “pungiuto” della mafia: si era infatti sottoposto al rito dell’alleanza di sangue con la mafia siciliana, in cui si punge con uno spillo l’indice della mano che impugna l’arma, mentre brucia un’immagine sacra. La cementificazione selvaggia di Marano e dintorni porta la loro firma. Fu Guido Longo, attuale questore di Reggio Calabria, allora alla guida della Dia di Napoli, a stanare Angelo Nuvoletta nel bunker vicino casa sua, a Marano, e l’allora pm Armando D’Alterio ottenne per lui la condanna definitiva come mandante del cronista Siani. Giancarlo aveva scritto che c’era ormai una frattura tra i Nuvoletta e il clan vesuviano dei Gionta. Era vero, e per questo Angelo ne ordinò l’eliminazione.  Un cancro ha eliminato lui. A 71 anni suonati. Parenti e fedelissimi avrebbero voluto salutarlo nella parrocchia di poggio Vallesana, il suo feudo. Il parroco ha detto no. L’ultimo padrino di marano sarà cremato. Con lui, andranno in cenere trent’anni di camorra e segreti di Stato. Già, probabilmente anche quelli.

 

 

 

(giuseppe porzio)

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