Addio a Carmine Castellano, il custode del Giro: dalla penisola sorrentina al cuore del ciclismo italiano

di Silver Mele

È morto a 89 anni lo storico direttore della corsa rosa. Per oltre mezzo secolo ha servito il ciclismo con rigore, visione e passione, lasciando in eredità salite leggendarie, il Trofeo senza Fine e un’idea del Giro come patrimonio nazionale.

Il ciclismo perde un uomo che non ha soltanto diretto una corsa, ma ha contribuito a darle un’anima, una forma, un destino. Carmine Castellano se n’è andato a 89 anni, portando con sé una parte importante della storia del Giro d’Italia. Per tutti era “Elo”, l’avvocato venuto da Sant’Agnello, figlio della penisola sorrentina, uomo di modi sobri e schiena dritta, che per oltre cinquant’anni ha vissuto la bicicletta non come mestiere, ma come fedeltà.

Amava ripetere, con quella sua ironia elegante, che solo in tre possono sporgersi dal tettuccio apribile di un’auto in movimento: il Papa, il Presidente della Repubblica e il direttore di corsa del Giro d’Italia. Quando quel busto cominciò davvero a uscire dall’ammiraglia, nel 1992, non era soltanto un gesto da cerimoniale: era il segno di un passaggio di consegne storico. Vincenzo Torriani aveva riconosciuto in lui l’erede ideale, rigoroso, poco disposto ai compromessi, innamorato del Giro abbastanza da custodirlo senza mai piegarlo.

Castellano è stato il terzo grande patron della corsa rosa, dopo Armando Cougnet e lo stesso Torriani. Dal 1993 al 2005 ne è stato il direttore unico, anche se già dalla fine degli anni Ottanta era lui a disegnarne il profilo. E quel profilo lo ha cambiato davvero. A lui si devono intuizioni che oggi sembrano appartenere da sempre alla leggenda del ciclismo: il Mortirolo, lo Zoncolan, il Colle delle Finestre, inserito nel 2005 come prima grande avventura sterrata del Giro moderno. Salite e strade che non erano solo geografia, ma racconto, prova, identità. Prima ancora era stato ragazzo di “corse” alla corte di Riccardo Cassero, storico capo sport del Mattino cui il quotidiano di via Chiatamone affidava l’organizzazione del Giro della Campania, classico appuntamento che anticipava la Milano-Sanremo agli albori della primavera dei campioni.

La sua eredità, però, non è fatta soltanto di montagne. È fatta di simboli. Fu Castellano a volere il Trofeo senza Fine, introdotto nel 2000, l’oggetto che ancora oggi rappresenta il Giro e la sua memoria che continua. Fu lui, insieme a Candido Cannavò, a spingere la corsa verso Atene nel 1996, nel centenario della Gazzetta e delle Olimpiadi moderne: un’idea alta, quasi solenne, perfettamente coerente con il suo modo di intendere lo sport.

Nato il 7 marzo 1937 a Sant’Agnello, avvocato, organizzatore, dirigente, Castellano aveva cominciato dalle strade del Sud, dalle tappe in Campania, dalla Potenza-Sorrento del 1974. Da lì l’incontro con Torriani, poi Milano, poi il Giro intero. Dentro la sua lunga traiettoria ci sono i decenni del ciclismo italiano più amato, da Bugno a Chiappucci, da Cipollini a Bettini, e soprattutto Pantani. Proprio il Pirata fu una delle ferite mai chiuse della sua vita sportiva. L’esclusione di Madonna di Campiglio nel 1999 lo segnò profondamente. Ne soffrì in silenzio, senza usare mai quella storia per cercare assoluzioni o comode verità.

Chi lo ha conosciuto racconta un uomo pacato, sempre misurato, ma incrollabile quando si trattava di regole e rispetto. Onestà e correttezza, per lui, non erano parole da cerimonia: erano una linea di condotta. E forse è tutto qui il senso più vero del suo passaggio. Carmine Castellano non ha inseguito il protagonismo. Ha custodito il Giro. Lo ha servito. Lo ha accompagnato nella modernità senza tradirne il cuore.

Per questo oggi il dolore del ciclismo si mescola a quello della sua amata penisola sorrentina. Se ne va un dirigente, certo. Ma soprattutto un interprete raro di un’Italia sportiva che sapeva tenere insieme stile, fermezza e passione. E allora sì, chi ama davvero la bicicletta non muore mai. Continua a pedalare nella memoria delle salite che ha inventato, nelle immagini del Giro che ha cambiato, nel cuore di chi a quella corsa ha sempre chiesto qualcosa di più di una classifica.