di Silver Mele
Due ori olimpici, una vita spesa per lo sport e per gli altri. Il canottaggio italiano perde il suo faro: aveva 57 anni.
L’acqua non era un ostacolo per Davide Tizzano.
Era casa.
Ci stava sopra, la dominava, la attraversava con quella forza silenziosa che appartiene solo ai grandi. Non amava raccontarsi come un eroe, ma lo è stato. Perché Davide Tizzano non ha mai vinto solo per sé, ma per uno sport, per una comunità, per un’idea di vita che passa dal sacrificio e arriva alla condivisione.
Il canottaggio italiano oggi è più povero. E non solo di medaglie.
Due ori olimpici – Seul 1988 e Atlanta 1996 – basterebbero a consegnarlo alla storia. Ma ridurre Tizzano ai successi sarebbe un torto. Perché la sua grandezza stava nel dopo, nel “restituire”, nel mettersi al servizio.
A Seul, giovanissimo, arrivò dove doveva arrivare dieci anni dopo. Un programma decennale bruciato in sei. Quell’oro, raccontano, lo perse nei festeggiamenti: servì addirittura la marina militare coreana per ritrovarlo. Un aneddoto che dice tutto di lui: intenso, istintivo, travolgente.
Otto anni dopo, ad Atlanta, la consacrazione definitiva. Con Agostino Abbagnale, fratello di fatica e di sogni, firmò una gara perfetta. Uno sforzo disumano, scolpito per sempre dalla voce di Giampiero Galeazzi. Un oro che non fu solo vittoria, ma apice di una carriera segnata anche dal dolore.
Perché Tizzano aveva conosciuto il buio.
Nel 1987, un anno prima di Seul, durante una rapina, sette colpi di pistola. Uno lo raggiunse alla gamba destra. Poteva essere la fine. Fu l’inizio di qualcosa di più grande. Tornò. Più forte. Più determinato. Come solo chi ha guardato in faccia la paura sa fare.
Ma Davide Tizzano non fu solo canottaggio. Fu sport totale.
La Louis Vuitton Cup con il Moro di Venezia.
Mascalzone Latino a Valencia nel 2007.
Tre trionfi con il galeone di Amalfi nella Regata delle Antiche Repubbliche Marinare.
E poi l’uomo delle idee visionarie: Oxford e Cambridge che vogano nella Fontana dei Delfini della Reggia di Caserta, perché lo sport doveva essere bellezza, cultura, simbolo. Il Centro nautico di Presenzano, pensato come palestra di vita prima ancora che di performance.
Dirigente illuminato, guida autorevole.
Presidente della Federazione Italiana Canottaggio, anima dei Giochi del Mediterraneo, punto di riferimento al Circolo Canottieri, colonna del Centro di Preparazione Olimpica di Formia, protagonista dell’Universiade di Napoli.
E poi il sociale. Sempre.
Il dragon boat come strumento di inclusione.
La Scuola di Vela per minori a rischio, perché nessun ragazzo restasse indietro. Perché qualcuno, un giorno, potesse dire: “Se sono qui, è grazie a lui”.
Davide Tizzano ha vissuto come remava: a testa bassa, cuore aperto, schiena dritta.
Ha insegnato che vincere è importante, ma conta di più aiutare gli altri a tagliare il traguardo.
Oggi lo sport italiano lo saluta in silenzio, come si fa davanti ai grandi.
L’acqua continuerà a scorrere.
Ma da oggi, senza uno dei suoi figli migliori.












