James Van Der Beek è morto a 48 anni. Per milioni di spettatori resterà per sempre Dawson Leery, il ragazzo con la cinepresa in mano e il cuore in subbuglio che alla fine degli anni Novanta ha dato voce alle inquietudini di un’intera generazione. Ma dietro quel volto diventato simbolo del teen drama c’era un uomo che negli ultimi anni ha combattuto una battaglia durissima, lontano dai riflettori.
L’attore era malato da tempo di cancro al colon, una diagnosi arrivata come un fulmine a ciel sereno. «Avevo 46 anni, ero in forma, mangiavo bene, non c’era motivo per ricevere una notizia così devastante», aveva raccontato. Una lotta lunga, dolorosa, affrontata con determinazione e con il sostegno della moglie Kimberly e dei loro sei figli: Olivia, Annabel, Emilia, Gwendolyn, Joshua e Jeremiah.
Nato l’8 marzo 1977 a Cheshire, nel Connecticut, in una famiglia benestante di origini olandesi, Van Der Beek aveva iniziato a recitare giovanissimo. A tredici anni era già sul palco in una produzione teatrale di Grease. Il debutto al cinema arriva nel 1995 con Angus, ma la svolta è nel 1998: Dawson’s Creek lo trasforma in un’icona globale.
Con quella serie – sei stagioni tra il 1998 e il 2003 – la televisione adolescenziale cambia pelle. Dopo Beverly Hills 90210 e Melrose Place, arriva un racconto più introspettivo, fatto di dialoghi serrati, sogni, paure e amori tormentati. Dawson, Joey e Pacey entrano nelle camerette di milioni di ragazzi. E James diventa lo specchio di quella fragilità emotiva, così intensa da risultare quasi disarmante.
Il successo fu travolgente. «Un solo autografo poteva trasformarsi in una scena di delirio collettivo», ricordava con ironia. «C’è stato un periodo in cui avevo paura delle adolescenti». Eppure, nonostante la fama improvvisa, mantenne i piedi per terra: «Il fatto che nessuno di noi sia finito in prigione è sbalorditivo», disse anni dopo parlando del cast. «Le probabilità che quattro persone così giovani, diventate così famose così velocemente, ne uscissero tutte bene sono davvero rare».
Il peso di quel personaggio, però, lo ha accompagnato per tutta la vita. Dopo Dawson’s Creek ha lavorato in cinema e televisione – da Varsity Blues a ruoli autoironici come in Don’t Trust the B— in Apartment 23 – cercando di smarcarsi dall’immagine del ragazzo sensibile di Capeside. In parte ci è riuscito, soprattutto scegliendo di giocare con la propria fama e con il mito costruito attorno al suo nome.
Negli ultimi anni, la malattia ha cambiato le priorità. La famiglia si era trasferita lontano da Hollywood, alla ricerca di una vita più semplice. Le cure sono state lunghe e complesse, anche economicamente impegnative. Ma fino all’ultimo, raccontano gli amici, Van Der Beek ha affrontato tutto con coraggio e lucidità.
La sua scomparsa segna la fine di un’epoca televisiva e riporta alla memoria pomeriggi davanti allo schermo, amori adolescenziali, lacrime versate per un bacio mancato o per un sogno infranto. Dawson voleva diventare regista per raccontare storie capaci di far sentire meno soli. In fondo, James Van Der Beek quel risultato lo aveva già raggiunto.
E oggi, per chi è cresciuto con lui, il saluto ha il sapore dolceamaro di un’ultima scena al tramonto.












