Si è spento a 86 anni l’ex ministro dei governi Andreotti e dirigente di primo piano della Democrazia cristiana. Con lui esce di scena uno dei protagonisti più riconoscibili della Prima Repubblica, figura insieme influente, discussa e profondamente legata a un’idea novecentesca del potere.
Con la morte di Paolo Cirino Pomicino si chiude un altro capitolo della Prima Repubblica, ma soprattutto si allontana una figura che per decenni ha incarnato un modo molto preciso di intendere la politica italiana: il radicamento territoriale, la mediazione come strumento di governo, il potere come architettura complessa di relazioni, fedeltà, visione e controllo. Pomicino è morto oggi, sabato 21 marzo 2026, a 86 anni, nella clinica Quisisana di Roma, dove era ricoverato da alcuni giorni. A darne conferma è stato il deputato Gianfranco Rotondi.
Per molti italiani il suo nome ha coinciso con una stagione ben precisa. Quella in cui la Democrazia cristiana non era soltanto il partito cardine del sistema, ma il luogo in cui si costruivano equilibri, carriere, alleanze, correnti e strategie. Pomicino, da questo punto di vista, non fu mai una figura marginale. Fu un uomo di apparato e insieme di governo, un dirigente capace di stare nei meccanismi profondi del potere senza mai perdere visibilità pubblica. Non era uno di quei politici che attraversano il proprio tempo in silenzio: lo occupava, lo interpretava, lo rendeva riconoscibile.
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, medico prima di intraprendere la carriera politica, Cirino Pomicino apparteneva a quella generazione di dirigenti cresciuti dentro partiti che erano mondi completi, scuole di formazione, reti territoriali, strumenti di selezione della classe dirigente. La politica, per lui, non fu mai una parentesi né una tecnica di comunicazione. Fu mestiere pieno, esercizio quotidiano, disciplina di presenza e influenza. Anche per questo diventò uno dei volti più noti della Dc negli anni Ottanta, legando il proprio profilo ai governi guidati da Giulio Andreotti e a una stagione in cui il peso delle correnti interne al partito si intrecciava con il destino stesso del Paese.
Per capire davvero Pomicino bisogna ricordare che non fu soltanto un ministro o un parlamentare. Fu un simbolo di quel ceto politico che conosceva in profondità le geometrie del consenso, il valore dei territori, la funzione dei rapporti personali, il senso concreto dell’organizzazione. Non era un leader carismatico nel senso contemporaneo del termine, costruito sulla velocità televisiva o sulla semplificazione del messaggio. Era invece un politico strutturato, immerso in una cultura di governo dove il linguaggio, i riferimenti, i tempi e perfino i silenzi avevano peso.
Il soprannome “o’ ministro”, che per anni lo ha accompagnato, dice molto non solo della sua notorietà, ma del rapporto che aveva con Napoli e con il proprio universo di riferimento. Pomicino apparteneva a una tradizione politica meridionale che sapeva farsi nazionale senza recidere il legame con la città d’origine. In lui Napoli non fu mai solo anagrafe o folclore: fu radice, grammatica, modo di stare nel mondo pubblico. E in questo senso la sua parabola ha raccontato anche molto del rapporto tra il Mezzogiorno e il potere romano, tra la rappresentanza territoriale e i centri decisionali della Repubblica.
Naturalmente il suo nome resta legato anche alla stagione di Tangentopoli, che travolse uomini, partiti e interi sistemi di relazioni. Fu uno dei passaggi che ne segnarono più profondamente l’immagine pubblica. Ma anche qui la sua traiettoria racconta qualcosa di più ampio della sola vicenda personale. Pomicino fu uno di quei protagonisti che conobbero l’apice del potere nella fase espansiva della Prima Repubblica e insieme la sua rottura traumatica nei primi anni Novanta. In questo senso fu parte piena di quella crisi, ma anche testimone diretto del crollo di un impianto politico che aveva governato l’Italia per decenni. Tgcom24 ricorda che negli anni Duemila era stato riabilitato dalla magistratura.
C’è poi un tratto che merita di essere riconosciuto, al di là dei giudizi politici: Paolo Cirino Pomicino non ha mai smesso di pensarsi dentro la discussione pubblica. Anche quando il suo tempo sembrava archiviato, anche quando la sua stagione appariva consegnata ai libri di storia o alle semplificazioni della memoria collettiva, continuava a intervenire, a leggere il presente, a difendere l’idea che la politica dovesse restare competenza prima ancora che esposizione. Era, in fondo, uno degli ultimi superstiti di una generazione per cui il potere non era uno slogan ma una materia da conoscere, maneggiare, presidiare.
Questo non significa indulgere alla nostalgia. La politica di cui Pomicino fu protagonista portava con sé anche ambiguità, opacità, forme di gestione del consenso che il tempo e la storia hanno sottoposto a critica severa. Ma liquidarlo dentro una sola etichetta sarebbe un modo pigro di raccontarne la statura. Perché Pomicino è stato insieme il prodotto e uno degli interpreti più compiuti del suo tempo. E il suo tempo, nel bene e nel male, è stato decisivo per la forma assunta dalla Repubblica italiana nella seconda metà del Novecento.
La sua morte riporta così al centro una questione più ampia: quanto sia cambiata la politica italiana, e quanto abbia perso, oltre ai suoi limiti, anche alcuni strumenti di profondità. Con uomini come Pomicino scompare infatti una specie politica ormai rara: quella dei dirigenti che sapevano stare nei partiti, attraversare le istituzioni, costruire reti, leggere i territori e comprendere il peso reale delle decisioni. Si può discutere il modello, contestarne le logiche, rifiutarne i metodi. Ma è difficile negare che fosse un modello dotato di spessore.
Paolo Cirino Pomicino lascia dunque il ricordo di una figura divisiva, certamente, ma tutt’altro che secondaria. Un uomo che ha abitato il cuore del potere italiano in una delle sue fasi più dense e contraddittorie. Un protagonista riconoscibile, uno degli ultimi a parlare la lingua della grande politica di partito. Con lui non se ne va solo un ex ministro. Se ne va un frammento di quella Repubblica che, per decenni, ha costruito e insieme complicato il Paese. E che oggi, nel momento dell’addio, torna a chiedere di essere giudicata con rigore, ma anche con memoria.












