di Silver Mele
È morto a 69 anni uno dei numeri 10 più irregolari e affascinanti del calcio italiano: genio intermittente, mai addomesticato, simbolo di un’Inter che sapeva anche sognare
Non è stato un campione rassicurante. Non ha mai dato l’impressione di volerlo essere. Evaristo Beccalossi apparteneva a una specie diversa, sempre più rara: quella dei giocatori che non si limitano a interpretare il calcio, ma lo piegano alla propria visione.
Se ne va a pochi giorni dai settant’anni, lasciando dietro di sé qualcosa che le statistiche non riescono a trattenere. Perché i numeri — pur solidi, 216 presenze e 37 gol con l’Inter — non spiegano cosa fosse davvero.
Il tempo lento del genio
Beccalossi giocava a un ritmo che non era quello degli altri. Più lento, apparentemente. In realtà, più avanti. Era già dove il pallone sarebbe arrivato, e spesso anche oltre.
In un calcio che chiedeva corsa e disciplina, lui offriva pausa e intuizione. Non rincorreva la partita: la aspettava. E quando decideva di entrarci, lo faceva con una naturalezza che spiazzava compagni e avversari.
Non era questione di continuità, ma di incidenza. Bastava un gesto, un tocco, per spostare l’equilibrio.
San Siro, un dialogo continuo
Con l’Inter ha costruito un legame che andava oltre le stagioni. Uno scudetto, una Coppa Italia, sì. Ma soprattutto un’intesa profonda con il pubblico di San Siro, che aveva imparato ad accettarne anche le pause, le assenze apparenti, in attesa di quel momento in cui tutto si accendeva.
Beccalossi non chiedeva fiducia: la metteva alla prova.
E quando la restituiva, lo faceva con interessi altissimi.
L’anomalia come identità
Non era un giocatore moderno. E forse non avrebbe voluto esserlo. Era discontinuo, umorale, difficile da incasellare. Ma proprio in questa irregolarità stava la sua forza.
Era il contrario del controllo: era l’imprevisto.
Un calcio che oggi si fatica a rivedere, perché richiede libertà, rischio, e anche la possibilità di sbagliare senza diventare subito un problema.
Quello che resta
Dopo la carriera, tra Brescia, Sampdoria e le ultime tappe lontano dai riflettori, è rimasto dentro il calcio con lo sguardo di chi non ha mai smesso di leggerlo in profondità.
Ma è il giocatore che resta, più dell’uomo in studio.
Resta quel modo di stare in campo senza chiedere permesso, quella capacità di cambiare una partita senza preavviso, quella sensazione che, anche quando sembrava fuori dal gioco, in realtà stesse solo aspettando il momento giusto.
Beccalossi non è stato il più continuo, né il più vincente.
È stato qualcosa di più raro: uno che faceva sembrare il calcio un’idea, prima ancora che un risultato.












