di Silver Mele
Ci sono storie che non si leggono nei libri ma si respirano nella polvere, come certe albe d’inizio Novecento quando il mondo si svegliava piano e il ciclismo era ancora un sogno ruvido, fatto di catene arrugginite, di ruote pesanti come ferri di aratro, di strade dure come la vita.
Allora la bicicletta non era uno sport: era un rito primordiale. Una liturgia sudata e fragile, un patto tra un uomo e il proprio limite.
In quell’Italia ancora giovane, che odora di carbone, di pane e di pioggia, nacque Camillo Bertarelli, figlio di un capostazione lombardo che nel marzo 1886 si trovò, per volere dei binari, nella Piana del Sele.
Capaccio-Paestum gli regalò il primo respiro, ma fu il padre a regalargli il primo ritmo.
Perché Camillo non nacque semplicemente: fu “accordato” al mondo.
Il suo vagito si confuse col fischio di una locomotiva, e il suo cuore imparò a battere con il ta-ta… ta-ta… dei treni in corsa.
Tra i binari nacque la sua fame di distanza
Ogni bambino ha un orizzonte preferito.
Quello di Camillo era la linea d’acciaio che tagliava la campagna.
I convogli gli passavano davanti come bestie sbuffanti, e lui cercava di seguirli con gli occhi, poi con i passi, infine con quello che avrebbe fatto la differenza: la volontà di non fermarsi mai.
Quando la famiglia tornò a Milano, quel battito da locomotiva lo portò dritto in sella.
La bicicletta fu la sua seconda culla, la strada la sua prima verità.
E aveva la fortuna — o il destino — di appartenere a una stirpe di pionieri: il fratello Luigi Vittorio, fondatore del Touring Club Ciclistico Italiano, geografo, esploratore di grotte e di mappe; l’altro fratello Attilio, che Camillo trascinò sulle ruote come si trascina chi si ama verso la vita.
E poi Achille, industriale e collezionista, che gli mostrò il lato nobile delle passioni.
Bertarelli non apparteneva a una famiglia: apparteneva a un’idea.
L’idea che viaggiare, scoprire, pedalare fosse il modo più umano e puro di esistere.
Strade di polvere, pietre come forbici, giorni infiniti
Il ciclismo dei primi del ’900 non perdonava.
Era un assolo di fatica: cambi mancati, sedie di cuoio che bruciavano le schiene, strade che ti segnavano il viso come uno scalpello.
Camillo scelse quel dolore come si sceglie un maestro esigente.
E lui, quel maestro, lo ripagò con gloria.
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14º al Giro del 1913,
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8º al Tour dello stesso anno, primo italiano, primo tra gli Isolati,
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secondo al Giro di Lombardia 1916,
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terzo alla Milano-Sanremo 1917, dopo quasi 13 ore di battaglia, con Girardengo che gli strappò il secondo posto all’ultimo respiro,
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terzo alle Tre Valli Varesine 1920,
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cento altre fatiche, cento altre albe, cento altri arrivi al tramonto.
Pedalava così forte che a volte pareva non toccare terra.
Altre volte, invece, la terra se lo prendeva tutto: forature, cadute, fame, sete, notti così buie che anche la luna temeva di guardare.
E poi la guerra — quella sì, la salita più crudele.
Bersagliere ciclista sul Monte Grappa, ferito, strappato alla strada e riconsegnato alla vita per miracolo.
Artigiano del metallo, poeta delle ruote
Quando abbandonò le corse, Camillo non abbandonò la bicicletta: la reinventò.
Diede al ferro una voce, un nome, una firma.
Ogni telaio che usciva dalle sue mani aveva dentro un’ombra di treno e un grammo di eternità.
Morì nel 1982, in una Milano che aveva smesso da tempo di assomigliare a quella che lo aveva visto crescere.
Ma certi uomini non invecchiano: si sedimentano nella memoria come la polvere sui vecchi velodromi.
E ancora oggi, quando una ruota sibila, lui è lì
Camillo Bertarelli non fu solo un ciclista: fu una nota musicale sulla lunga partitura della strada.
Un accordo tra velocità e destino, tra treni e tempeste, tra polvere e sogni.
Fu il ragazzo nato per caso in una stazione del Sud e diventato per scelta uno dei primi italiani a illuminare il Tour, a sfidare Giganti, Pirenei, Alpi, sfidare sé stesso fino alla soglia dell’impossibile.
E oggi, se chiudi gli occhi, lo puoi ancora vedere: curvo sul manubrio, gli occhi pieni di orizzonte, la fatica che non chiede pietà, e quell’antico ritmo ferroviario — ta-ta… ta-ta… — che lo accompagna come un vecchio compagno di viaggio.
Perché ci sono uomini che non smettono mai di correre.
Continuano a pedalare dentro di noi, ogni volta che la vita ci mette una salita davanti.
Camillo era uno di loro.
E lo sarà per sempre.













