Da fabbrica fantasma a capitale dell’innovazione: i 10 anni che hanno cambiato San Giovanni

Il Polo della Federico II a San Giovanni a Teduccio festeggia il primo decennio e racconta una delle trasformazioni più riuscite del Mezzogiorno: dove c’era l’ex Cirio oggi lavorano ogni giorno migliaia di studenti, ricercatori, Academy e imprese

Ci sono luoghi che cambiano funzione. E poi ce ne sono altri che cambiano destino. Il Polo universitario di San Giovanni a Teduccio della Federico II appartiene alla seconda categoria. Dieci anni fa prendeva forma il primo insediamento di un progetto che allora sembrava una scommessa coraggiosa: portare ricerca, alta formazione e trasferimento tecnologico nel cuore di una periferia segnata dalla deindustrializzazione, recuperando gli spazi dell’ex conservificio Cirio senza cancellarne la memoria. Oggi quella scommessa è diventata una delle storie più convincenti di rigenerazione urbana, culturale e produttiva del Sud.

Il decennale, celebrato ieri 20 marzo 2026 con l’iniziativa “Federico II Svelata. 10 anni di San Giovanni a Teduccio”, ha restituito bene il senso di questo percorso. Apertura straordinaria del sito, decine di iniziative di ricerca e public engagement, visite guidate, laboratori aperti, Academy visitabili, confronto sul rapporto tra università e territorio. Non una ricorrenza autocelebrativa, ma una giornata pensata per mostrare cosa sia diventato davvero questo luogo: una fabbrica del sapere costruita là dove per anni c’era stato il silenzio di una fabbrica chiusa.

L’ex Cirio e la scommessa di andare dove altri si ritiravano

La forza simbolica del Polo di San Giovanni sta anzitutto nella sua geografia. La Federico II non ha semplicemente recuperato un complesso dismesso: ha scelto di insediarsi in una parte di città che per troppo tempo aveva conosciuto soprattutto abbandono, marginalità e vuoti produttivi. Ha fatto una scelta politica e culturale prima ancora che urbanistica. Andare in periferia non per occupare uno spazio, ma per attivarlo.

L’area dell’ex Cirio aveva rappresentato per decenni un pezzo importante dell’identità industriale di Napoli orientale. Dopo la chiusura dello stabilimento, quel pezzo di città aveva conosciuto il tempo lungo del declino. La Federico II ha rimesso in moto quel paesaggio non rimuovendo il passato, ma reinterpretandolo. È qui che la memoria industriale ha trovato una seconda vita, non musealizzata ma resa produttiva in un altro modo.

Dieci anni di crescita vera

Il primo approdo ufficiale risale al 2016, con l’apertura dei laboratori del CESMA, il Centro Servizi Metrologici e Tecnologici Avanzati dell’Ateneo. Da allora il Polo ha continuato a stratificarsi, allargarsi, specializzarsi. Oggi è un ecosistema complesso, non una semplice sede universitaria decentrata. I numeri lo raccontano con chiarezza: circa 60 laboratori, 16 Academy, 5mila studenti, infrastrutture di ricerca avanzata, startup, brevetti, collaborazioni con le imprese e una rete di rapporti internazionali che ne hanno consolidato il profilo europeo.

Dentro questi spazi si lavora sull’intelligenza artificiale, sulle tecnologie per il volo, sulla meccatronica, sui sistemi quantistici. A San Giovanni trovano posto un computer quantistico tra i più potenti sul piano internazionale e un supercomputer di rilievo nazionale, entrambi rafforzati grazie ai fondi del PNRR. Ma sarebbe riduttivo fermarsi all’elenco delle eccellenze. La vera forza del Polo è l’intreccio tra ricerca, didattica, impresa e territorio. Non è soltanto alta tecnologia: è alta tecnologia calata dentro una città, in dialogo con la città.

Un’università che non si limita a stare, ma prova a incidere

L’iniziativa del decennale si è inserita in “Università Svelate”, la manifestazione nazionale della CRUI che ogni 20 marzo richiama il ruolo degli atenei nel tessuto sociale, economico e culturale del Paese. San Giovanni, in questo quadro, appare come un caso quasi esemplare. Perché mostra in modo netto che cosa può significare un’università quando smette di essere solo luogo di trasmissione del sapere e diventa infrastruttura civile.

Il videomessaggio del rettore Matteo Lorito ha insistito su questo doppio registro, orgoglio e responsabilità. Ha ricordato che San Giovanni appartiene al territorio e alla città, e ha definito “forte” la scelta di trasformare un’antica fabbrica alimentare in una fabbrica del sapere, dove ogni giorno migliaia di studenti lavorano insieme ad aziende e ricercatori. È un passaggio decisivo: il Polo non è solo della Federico II, è uno spazio che ha senso perché produce relazioni, opportunità, presenza.

Il sapere che si fa ecosistema

Anche le parole di Domenico Accardo, direttore del CESMA, vanno lette in questa chiave. In dieci anni, ha spiegato, è stato costruito un ecosistema dinamico capace di integrare ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico, contribuendo alla crescita del territorio. È una formula che spesso rischia di suonare astratta. A San Giovanni, invece, prende forma concreta. Significa Academy che formano competenze immediatamente spendibili. Significa laboratori che attraggono progettualità. Significa startup, imprese, filiere produttive e capitale umano che non devono per forza cercare altrove il proprio orizzonte.

La prorettrice Angela Zampella ha ricordato come le università siano presidi aperti di conoscenza, capaci di generare valore nei contesti in cui operano. A San Giovanni questa idea si vede anche nelle cose più semplici: il quartiere che cambia abitudini, il commercio che si adatta, la lingua inglese che compare nelle interazioni quotidiane, le periferie che non sono più solo luoghi da raccontare attraverso la mancanza.

La storia di Roberta e il senso profondo della trasformazione

Tra tutti i dati, però, a spiegare il senso del Polo forse basta una storia. Quella di Roberta Napolitano, oggi product owner alla Apple Academy. È nata e cresciuta a San Giovanni, la sua famiglia vive lì da quattro generazioni, il bar dei parenti era punto di riferimento dei lavoratori della Cirio. Quando la fabbrica chiuse, il vuoto fu immediato, quasi fisico. Oggi quel vuoto lei lo vede riempito ogni giorno.

Il suo racconto ha un valore che va oltre il profilo individuale. Dice che il cambiamento non si misura soltanto in infrastrutture, ma nella possibilità che un territorio restituisca ai suoi abitanti un’idea di futuro. Suo nonno aspettava il campus e ripeteva che bisognava investire lì. Lei quel futuro lo vede adesso, e lo vede anche nei dettagli: nei bar e nelle trattorie del quartiere che provano a parlare inglese con gli studenti stranieri delle Academy, nel tessuto locale che si rimette in moto, nella percezione che il cambiamento non sia più una promessa ma un’esperienza.

Una best practice che parla europeo ma resta profondamente napoletana

Finanziato attraverso i fondi della politica di coesione europea della Regione Campania, il Polo di San Giovanni è stato riconosciuto come una best practice a livello europeo. Non è un’etichetta decorativa. È il riconoscimento di un modello che tiene insieme visione pubblica, investimento, università, ricerca e impatto territoriale. In un Paese che spesso fatica a trasformare le risorse in risultati leggibili, San Giovanni mostra che quando c’è una direzione chiara il denaro pubblico può diventare progetto, struttura, possibilità.

Eppure, per quanto europeo nel respiro, il Polo resta profondamente napoletano nella sua sostanza. Perché nasce da una ferita urbana precisa, da una periferia concreta, da un paesaggio industriale reale. E perché non ha cercato di diventare un corpo estraneo, separato dal quartiere, ma un motore interno alla sua riscrittura.

Dove lavorava il Novecento, oggi si immagina il futuro

Alla fine il dato più impressionante non è neppure nei numeri, pur notevoli. È nell’immagine. I capannoni dove il Novecento lavorava il pomodoro sono diventati il luogo in cui il XXI secolo sperimenta il quantum computing, l’intelligenza artificiale, la meccatronica, i nuovi modelli di formazione e trasferimento tecnologico. C’è una continuità materiale e insieme una rottura netta. Lì dove si produceva merce oggi si produce conoscenza, e non in astratto ma in rapporto diretto con il lavoro, con l’impresa, con la città.

Questo decennale, allora, non celebra solo una ricorrenza. Misura una trasformazione compiuta. Dice che una periferia può tornare centrale senza perdere la propria memoria. Dice che l’università può essere una leva urbana, sociale ed economica. E dice anche una cosa più semplice, ma decisiva: che il futuro, quando viene costruito bene, non arriva da fuori. A volte nasce proprio nei luoghi che sembravano essere stati lasciati indietro.