Prima la Groenlandia, poi il Venezuela. Nel giro di poche ore Donald Trump riapre dossier che sembravano lontani anni luce e li rimette al centro della scena globale. In un’intervista a The Atlantic, il presidente americano torna a parlare dell’isola artica — territorio danese e Paese alleato nella Nato — spiegando senza giri di parole che «agli Stati Uniti serve assolutamente». Il motivo? «È circondata da navi russe e cinesi». Una dichiarazione che riaccende tensioni diplomatiche e chiarisce una cosa: per Trump, la politica estera è tornata a essere una questione di forza e di controllo strategico.
Dalla Groenlandia il passo è breve verso Caracas. A due giorni dall’operazione americana che ha portato alla caduta del regime chavista e alla deportazione di Nicolás Maduro e della moglie, resta ancora indefinito come gli Stati Uniti intendano governare la transizione venezuelana. Una certezza però c’è: Washington guiderà il processo. Anche se formalmente “a distanza”.

In questo scenario emerge una figura chiave, già diventata ingombrante: Marco Rubio, segretario di Stato americano. Figlio di esuli cubani, madrelingua spagnolo, Rubio ha costruito la sua carriera politica sull’opposizione ai regimi marxisti dell’America Latina. Non a caso è lui il vero regista dell’“operazione Venezuela”, al punto che alcuni media internazionali lo definiscono apertamente il “viceré” di Caracas.
È stato Rubio a negoziare direttamente — parlando in spagnolo — con Delcy Rodríguez, vicepresidente di Maduro e inizialmente indicata come possibile presidente ad interim. Ma l’eccessiva esposizione è un’arma a doppio taglio. Se il cambio di regime dovesse trasformarsi in un pantano, Rubio sa che Trump non esiterebbe a scaricare su di lui il peso del fallimento.
Per questo il segretario di Stato prova a correggere la rotta. Meno proclami, più metodo. L’obiettivo dichiarato è evitare l’errore commesso dagli Stati Uniti in Iraq nel 2003. «Faremo esattamente l’opposto», assicura il segretario alla Difesa Pete Hegseth. Niente smantellamento totale dell’apparato statale, niente “debaathizzazione” in versione venezuelana. Traduzione: non distruggere il sistema per non alimentare il caos.
La linea di Rubio è chiara e insieme brutale. I membri del vecchio regime chavista potranno restare in gioco, ma solo a precise condizioni. «Non mi interessa quello che hanno fatto in passato né quello che dicono oggi in pubblico», ripete. «Li giudicheremo per quello che faranno». E i compiti sono pesanti: stop al narcotraffico, smantellamento delle gang criminali, rilancio della produzione petrolifera affidata alle grandi corporation americane, espulsione delle guerriglie colombiane Farc ed Eln, rottura dei rapporti con Iran e Hezbollah.
Trump accompagna questa strategia con minacce esplicite: «Se non seguiranno le nostre direttive faranno la stessa fine di Maduro, probabilmente peggiore». Una pressione che serve anche a spaccare il fronte chavista. Delcy Rodríguez, dopo un iniziale spiraglio, ha smentito la propria disponibilità a collaborare. Rubio ha replicato seccamente: «Non è una presidente legittima. Non lo diciamo solo noi: lo affermano 60 Paesi».
Restano figure chiave ancora fuori dal controllo americano. Su tutte Diosdado Cabello, potente ministro dell’Interno, accusato in passato di aver tentato di far assassinare lo stesso Rubio. Né lui né il fratello sono stati arrestati. Segno che Washington, almeno per ora, preferisce lasciare aperta la porta della collaborazione piuttosto che forzare lo scontro finale.
Intanto Trump non rallenta e allarga il fronte delle pressioni: avvertimenti alla Colombia, minacce sempre più esplicite a Cuba, mentre Rubio — più prudente sul piano operativo — lo segue nel rilanciare la postura muscolare americana nel mondo.
Dal ghiaccio della Groenlandia al caldo di Caracas, la linea è una sola: l’America torna a dettare le regole. Resta da capire se questa strategia produrrà stabilità o se aprirà l’ennesimo fronte destinato a sfuggire di mano. Per Rubio, più che per Trump, la risposta potrebbe fare la differenza tra consacrazione e caduta.












