Dieci anni dal terremoto di Amatrice, 150mila scosse e una ricostruzione ancora aperta

Il 24 agosto 2016 il sisma di magnitudo 6.0 colpì Accumoli, Arquata del Tronto e i comuni dell’Appennino centrale, causando 299 vittime.

Dieci anni dopo, la terra non ha mai smesso del tutto di tremare. Dal 24 agosto 2016 sono stati localizzati oltre 150mila terremoti nell’area dell’Appennino centrale investita da una delle sequenze sismiche più lunghe e distruttive della storia recente italiana.

La prima grande scossa, di magnitudo 6.0, arrivò nel cuore della notte e colpì in particolare Accumoli, in provincia di Rieti, e Arquata del Tronto, nell’Ascolano. Amatrice divenne il simbolo di una tragedia che provocò 299 morti e coinvolse un territorio vastissimo, attraversando più regioni e proseguendo per mesi con nuovi eventi di forte intensità.

Nel decennale, l’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia ricorda le vittime, le comunità colpite e il lavoro svolto durante l’emergenza. Il Dipartimento Terremoti ha promosso una serie di iniziative per restituire ai cittadini dati, studi e testimonianze raccolti nel corso degli anni.

Il lavoro cominciato nelle prime ore

Subito dopo la scossa, il personale dell’INGV fu impegnato nel monitoraggio della sequenza e nel supporto al sistema nazionale di Protezione civile.

Le attività riguardarono la ricerca degli effetti geologici prodotti in superficie, il censimento dei danni alle abitazioni e alle infrastrutture, il potenziamento delle reti sismiche e geodetiche e lo studio delle condizioni locali che avevano amplificato gli effetti del terremoto.

“Il primo pensiero va alle 299 vittime, alle loro famiglie e alle comunità di Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e degli altri territori colpiti”, afferma il presidente dell’Istituto, Fabio Florindo.

L’anniversario, aggiunge, è anche l’occasione per ricordare il personale che lavorò giorno e notte, per molti mesi, nell’analisi dei dati e nella sorveglianza di una sequenza che nei primi tempi produsse centinaia di terremoti ogni giorno.

Più strumenti, ma il terremoto non si può prevedere

In dieci anni le reti di monitoraggio sono state ampliate, la conoscenza della pericolosità sismica è cresciuta e il sistema di sorveglianza è diventato sempre più capillare. I progressi tecnologici e scientifici, tuttavia, non permettono di stabilire quando e dove si verificherà il prossimo evento distruttivo.

“Una maggiore capacità di osservare e comprendere i terremoti non significa essere al riparo dalle loro conseguenze”, sottolinea Florindo. “Non possiamo sapere quando e dove avverrà il prossimo forte terremoto. Sappiamo però che l’Italia continuerà ad avere terremoti importanti”.

La questione decisiva resta quindi la vulnerabilità di edifici e infrastrutture. Per il presidente dell’INGV, il tempo tra un’emergenza e l’altra deve essere utilizzato per rafforzare il patrimonio costruito e diffondere tra i cittadini una maggiore consapevolezza del rischio.

Una sequenza studiata in tutto il mondo

Il terremoto del 2016 rappresentò anche una prova senza precedenti per le capacità scientifiche e operative dell’Istituto. Le reti sismiche e geodetiche acquisirono una quantità eccezionale di informazioni, mentre i dati satellitari furono impiegati sistematicamente per osservare le deformazioni del suolo e alimentare i modelli di studio.

“Il sisma di Amatrice mostrò come l’INGV fosse già un ente scientificamente e tecnicamente maturo”, ricorda Salvatore Stramondo, direttore del Dipartimento Terremoti.

I rapporti elaborati dai gruppi operativi nei mesi dell’emergenza hanno costituito la base di una vasta produzione scientifica. A distanza di dieci anni, la sequenza dell’Italia centrale continua a essere oggetto di ricerche pubblicate sulle principali riviste internazionali.

La memoria diventa prevenzione

Nei territori colpiti il percorso della ricostruzione non è ancora terminato. Accanto al recupero materiale di case, scuole e centri storici resta il compito di conservare la memoria di quanto accadde quella notte.

“La memoria di Amatrice e il pensiero alle vittime ci impongono di non abbassare mai la guardia”, conclude Stramondo. L’obiettivo della ricerca, aggiunge, è trasformare la conoscenza maturata in costruzioni e infrastrutture capaci di resistere meglio ai terremoti futuri.