Doveva essere recuperata e restituita all’ambiente. Secondo gli investigatori, l’ex cava Suarez sarebbe stata invece trasformata in una gigantesca discarica per rifiuti provenienti dai cantieri.
Il Tribunale del Riesame di Napoli ha disposto un nuovo sequestro preventivo, per un valore complessivo di 3 milioni di euro, nei confronti di un imprenditore attivo nell’edilizia, nel movimento terra, nella gestione dei rifiuti e nelle bonifiche ambientali. Il provvedimento, richiesto dalla Procura partenopea dopo il dissequestro deciso nel 2025, riguarda disponibilità finanziarie, veicoli, quote societarie e terreni situati a Napoli e Cassino.
A eseguirlo sono stati i finanzieri del Nucleo di Polizia economico-finanziaria di Napoli, i carabinieri del Noe e gli agenti dell’Unità operativa Avvocata della Polizia locale.
Fino a 176mila metri cubi di rifiuti
La cava si trova nel Parco metropolitano delle Colline di Napoli, un’area sottoposta a vincoli paesaggistici e ambientali. Era stata affidata a una società riconducibile all’imprenditore con un obiettivo preciso: procedere alla ricomposizione morfologica e al ripristino ambientale.Le indagini avrebbero ricostruito uno scenario opposto. Al posto dei materiali autorizzati sarebbero stati scaricati e interrati rifiuti speciali, pericolosi e non, provenienti dai cantieri delle imprese coinvolte.
Gli accertamenti tecnici stimano una massa compresa tra 146mila e 176mila metri cubi: materiali da costruzione e demolizione, ma anche sostanze contenenti idrocarburi e metalli pesanti. Una quantità enorme, potenzialmente capace di compromettere terreno, sottosuolo e altre matrici ambientali dell’area circostante.
Tre milioni per rimuoverne appena una parte
Le investigazioni avrebbero inoltre accertato la mancata esecuzione degli interventi di messa in sicurezza e recupero prescritti dalle autorità. Il ripristino è ora seguito da un commissario straordinario di Governo, incaricato di vigilare sull’avanzamento delle operazioni.
Per i reati di inquinamento e disastro ambientale è già definitiva una sentenza di patteggiamento a quattro anni nei confronti dell’imprenditore, con sanzioni anche per le società coinvolte. La conversione della pena in detenzione domiciliare è stata subordinata all’esecuzione del ripristino ambientale, oltre al pagamento di una multa e all’applicazione di misure interdittive alle imprese.
Un’inchiesta iniziata anni fa
La vicenda giudiziaria ha radici lontane. Nel giugno 2021 il gip di Napoli aveva disposto, per l’ipotesi di omessa bonifica, misure cautelari personali e interdittive e un sequestro da 3 milioni di euro, somma considerata equivalente al risparmio ottenuto evitando gli interventi ambientali. L’inchiesta era partita anche dalle segnalazioni sul degrado del Vallone San Rocco, in prossimità della zona ospedaliera. Nel maggio 2024 erano poi arrivati gli arresti domiciliari, il sequestro di autocarri e mezzi per il movimento terra e l’interdizione di una delle società. Le indagini di quella fase ipotizzavano l’interramento di rifiuti speciali, anche pericolosi, nella cava destinata alla bonifica.
Dopo il dissequestro dei beni stabilito nel 2025, la Procura ha presentato appello. Il Riesame ha ora accolto le richieste dell’accusa, facendo scattare nuovamente il vincolo patrimoniale.












