Un clic rapido sul badge, pochi secondi, e il tempo diventa ufficiale. Proprio su questo gesto banale si è aperta a Napoli una frattura destinata a far discutere.
Il Tribunale del lavoro ha annullato il licenziamento di un operaio dell’Eav, accusato di aver fatto timbrare il cartellino ai colleghi e di averlo timbrato per loro in almeno dieci occasioni tra giugno e dicembre 2024. L’uomo, impiegato da anni nel settore del trasporto pubblico campano, per i giudici ha sempre svolto le proprie mansioni regolarmente e non ha tratto vantaggi economici o privilegi dal comportamento contestato. Di conseguenza, non c’è giusta causa se il lavoro viene comunque svolto, se non c’è frode e se non si ottengono vantaggi indebiti. Il risultato è stato il reintegro del dipendente e il risarcimento del danno subito, lasciando l’azienda spiazzata.
La sentenza fa discutere perché sembra discostarsi dall’orientamento recente della Cassazione. Nel 2024, la Corte ha stabilito che la falsa attestazione della presenza in ufficio può integrare il reato di truffa aggravata e che affidare il proprio badge a un collega può costituire una grave violazione dei doveri di correttezza e buona fede, sufficiente a giustificare il licenziamento.
I giudici di Napoli hanno però sottolineato che il licenziamento è la sanzione più severa e che non ogni irregolarità basta a farlo scattare. Serve un comportamento che comprometta davvero la fiducia, come una presenza simulata o un vantaggio illecito. Nel caso dell’operaio, non c’è prova di intenti fraudolenti né di danni all’azienda: il dipendente ha semplicemente commesso un difetto di diligenza.
L’Eav, intanto, denuncia il rischio di indebolire i controlli sul lavoro e di rendere difficile far rispettare le regole sul posto di lavoro.












