Fermati i presunti aggressori del fratello dell’allenatore Pisacane

All’alba dei Quartieri Spagnoli non c’è stato nessun regolamento di conti, nessuna firma della camorra. Solo una pistola, una lite banale e una vendetta maturata nello spazio di poche ore. È questa la verità che emerge dietro il ferimento di Gianluca Pisacane, 28 anni, fratello dell’allenatore del Cagliari Fabio, colpito a colpi d’arma da fuoco nella notte tra il 2 e il 3 gennaio nel cuore di Napoli.

Una storia che inquieta proprio perché semplice. Troppo semplice.

I due presunti aggressori sono stati fermati dalla Polizia di Stato in provincia di Pescara, a Montesilvano, dove si nascondevano a casa di parenti nel tentativo di far perdere le tracce. L’operazione, condotta dalla Squadra Mobile di Napoli guidata da Giovanni Leuci insieme ai colleghi abruzzesi, si è chiusa con la notifica di un fermo per tentato omicidio. Ora i due attendono la convalida.

Quella notte, poco prima dell’alba, Gianluca stava rientrando a casa con il padre Andrea, 68 anni, dopo aver chiuso il “Pisadog 19 Spritz”, il locale di famiglia nei Quartieri Spagnoli. Tra vico Tre Re a Toledo e vico Lungo Teatro Nuovo, tre uomini si avvicinano a volto scoperto. Prima lo spintone al padre, poi l’escalation improvvisa: una birra lanciata in faccia al ragazzo, quindi la pistola estratta quasi con naturalezza.

«È venuto vicino e ha sparato», racconterà il padre agli investigatori. Due colpi — forse tre — diretti alle gambe. Gianluca crolla sull’asfalto, ferito alla gamba destra. Viene trasportato d’urgenza all’ospedale Pellegrini, dove i medici estraggono i proiettili. Le sue condizioni, fortunatamente, non sono gravi.

Le indagini, coordinate dalla Procura di Napoli, hanno ricostruito l’accaduto attraverso le immagini delle telecamere di sorveglianza e un lavoro capillare del commissariato Montecalvario. Il quadro che emerge parla di due tempi distinti: una lite e, ore dopo, una spedizione punitiva. I protagonisti non coincidono.

Tutto nasce la sera prima, all’interno del locale di famiglia. Una discussione tra una dipendente del ristobar e tre clienti degenera rapidamente. Urla, tensione, spintoni. Gianluca interviene per difendere la lavoratrice e riportare la calma. Qualcuno chiama la polizia, ma quando gli agenti arrivano la situazione sembra già risolta.

Solo in apparenza.

Secondo gli inquirenti, nella notte i due fermati — entrambi già noti alle forze dell’ordine — decidono di vendicare una delle donne coinvolte nella lite, a loro legata da rapporti di parentela. Nessun piano sofisticato, nessuna strategia criminale: un’azione improvvisata, feroce, organizzata nel giro di poche ore e conclusa con una pistola puntata in strada.

Gli investigatori sono chiari su un punto: non c’è alcun collegamento con la camorra. Chi ha sparato non avrebbe legami con clan né nei Quartieri Spagnoli né altrove. È una violenza senza padrini, senza ordini dall’alto, figlia di impulsività e rancore. Una Napoli lontana dai grandi equilibri criminali, ma non per questo meno vulnerabile.

Resta ora da chiarire il ruolo degli altri due uomini presenti quella notte e il coinvolgimento delle donne nella genesi della vendetta. Intanto, tra i vicoli dove tutto è iniziato, resta l’eco secca degli spari e una domanda che pesa più delle risposte: quanto poco basta, oggi, perché una lite finisca in sangue.