di Silver Mele
È morto a 66 anni lo storico numero 6 del Milan e della Nazionale. Leader silenzioso, esempio di lealtà e simbolo di un’epoca irripetibile, ha attraversato il calcio senza mai tradire i suoi valori
Franco Baresi non aveva bisogno di alzare la voce per comandare una squadra, né di gesti teatrali per imporsi. Bastava uno sguardo, un anticipo, una diagonale perfetta. Bastava essere Franco Baresi.
Con la sua scomparsa, a 66 anni, il calcio italiano perde uno dei difensori più grandi di sempre, ma soprattutto perde il volto di un’epoca in cui il talento camminava insieme alla sobrietà, alla fedeltà e al senso del dovere.
Una vita con un’unica maglia
La storia di Baresi è quella di un ragazzo che il destino sembrava voler portare altrove. Tifava Inter, mentre il fratello Giuseppe vestiva il nerazzurro. Lui fu scartato perché troppo gracile. Il Milan, invece, seppe vedere ciò che gli altri non vedevano.
Da quel momento non se ne sarebbe più andato.
Settecentodiciannove presenze, sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, una quantità impressionante di trofei e una maglia, la numero 6, diventata patrimonio eterno della storia rossonera.
Il leader del Milan immortale
Con Arrigo Sacchi divenne il perno di una rivoluzione tattica destinata a cambiare il calcio moderno. Accanto a Tassotti, Costacurta e Maldini costruì probabilmente la linea difensiva più forte mai vista.
Era il comandante di un’orchestra perfetta.
Guidava il fuorigioco con la precisione di un direttore d’orchestra, anticipava gli avversari senza ricorrere alla violenza, trasformando il ruolo del libero in un esercizio di intelligenza calcistica.
Campione del mondo e simbolo dell’Italia
Con la Nazionale conquistò il Mondiale del 1982, pur senza scendere in campo, e divenne poi il capitano dell’Italia che sfiorò il titolo iridato negli Stati Uniti nel 1994.
Resta nella memoria la finale di Pasadena, giocata con un menisco lesionato appena venticinque giorni dopo un intervento chirurgico. Una prova di coraggio che racconta meglio di qualsiasi statistica chi fosse Franco Baresi.
Il rispetto degli avversari
Nel calcio si possono vincere tante partite. Più difficile è conquistare il rispetto di chi prova a batterti.
Baresi ci riuscì.
Anche Diego Armando Maradona, il rivale più straordinario affrontato in Serie A, riconobbe sempre il valore del capitano rossonero. Anni dopo fu proprio Baresi, tornato a Napoli da dirigente del Milan, a ricordare Diego con parole che raccontavano l’uomo prima ancora del fuoriclasse.
«Aveva un cuore infinito. Era un esempio per tutti. Sono certo che se fosse ancora vivo, sarebbe intervenuto per aiutare i più giovani a correggere i propri errori».
Parole che oggi sembrano descrivere anche lui.
L’eredità che resta
Negli ultimi anni aveva combattuto con la malattia con la stessa discrezione che aveva caratterizzato tutta la sua esistenza. Era tornato a San Siro, aveva portato la fiamma olimpica a Milano-Cortina, continuando a rappresentare un punto di riferimento per il Milan e per il calcio italiano.
Oggi resta il ricordo di un campione irripetibile.
Di un capitano che non aveva bisogno di slogan.
Di un difensore che ha trasformato l’eleganza in un gesto tecnico.
Di un uomo che ha dimostrato come si possa diventare leggenda senza mai smettere di essere semplicemente Franco Baresi.












