di Silver Mele
Dalla rabbia alla resa dei conti: un sistema che si autoassolve mentre perde credibilità. E intanto il Mondiale resta un miraggio
A casa. Ancora. Per la terza volta consecutiva l’Italia resta fuori dal Mondiale. E stavolta non ci sono più attenuanti credibili, né rifugi retorici a cui aggrapparsi.
Non è solo una sconfitta. È la fotografia di un sistema che continua a proteggere sé stesso, mentre il campo presenta il conto. Un conto salatissimo.
Si parla di episodi, si invocano rigori, espulsioni, decisioni arbitrali. Si cerca appiglio nella polemica, come se bastasse a spiegare un tracollo che invece parte da lontano. Ma questa non è l’Italia che dovrebbe competere ai massimi livelli. È una squadra che si smarrisce proprio quando deve semplicemente fare il proprio dovere.
Terza occasione per riportare entusiasmo, per restituire ai più giovani l’emozione di un Mondiale. Terza occasione fallita. E ogni volta la sensazione è la stessa: si ricomincia a parlare, si rinvia, si diluisce ogni responsabilità. Senza dimissioni, senza scosse reali.
Il problema non è solo tecnico. È strutturale. È culturale. È un sistema che si racconta ancora competitivo mentre perde terreno, che difende equilibri interni mentre il livello si abbassa.
E allora la domanda è inevitabile: cos’altro deve accadere per cambiare davvero?
Perché senza una presa di responsabilità netta, senza una rifondazione autentica, il rischio è che questa non sia un’eccezione. Ma la nuova normalità.












