Ghoulam: “Di napoletano mi è rimasta la cosa più importante, il cuore”

Faouzi Ghoulam, ex terzino del Napoli, si è raccontato ai microfoni di Fanpage.

Due squadre hanno segnato profondamente la tua carriera: Saint-Étienne e Napoli. Sono le squadre della tua vita?: “Assolutamente sì. L’unico rammarico con il Saint-Étienne è di non aver fatto abbastanza a livello professionistico. Sono rimasto lì dagli 8 ai 23 anni, facendo tutta la trafila delle giovanili, ma in prima squadra ho giocato solo tre o quattro stagioni. Mi è mancato un pezzetto di percorso lì, ma è stato necessario per fare il salto di qualità e andare al Napoli”.

Raccontaci i retroscena che ti hanno portato al Napoli: “È una storia bella e un po’ complicata. In quel periodo ero in trattativa con la Roma. Avevano iniziato il campionato in modo strepitoso con Rudi Garcia, facendo dieci vittorie su dieci. Mi volevano, ma non avevano i fondi per acquistarmi a gennaio, quindi l’idea era di bloccarmi per l’estate. Avevano detto al mio procuratore di aspettare la fine del mercato invernale per chiudere l’accordo con il Saint-Étienne per giugno. Poi, però, si è inserito il Napoli. Mio fratello, che era il mio agente, andò a parlarci a Roma. In quel momento stavo facendo una buona stagione e il Saint-Étienne voleva rinnovarmi il contratto. Proprio il giorno in cui stavo andando in ufficio dai miei presidenti per il rinnovo, mi chiamò Rafa Benitez. Il Napoli non aveva ancora fatto l’offerta ufficiale, ma Rafa iniziò a spiegarmi che mi voleva assolutamente”.

Poi è stato Napoli: “Io, a dire la verità, di Napoli non sapevo molto, se non che era la città di Maradona, in famiglia siamo tutti suoi tifosi. Sapevo che erano appena usciti dalla Champions e che avevano una tifoseria incredibile. Dissi a Benitez che ero interessato, ma che c’era il Mondiale nel 2014 e non volevo rischiare il posto stando in panchina. Lui mi rassicurò: “Vieni, giocherai perché faccio molto turnover”. Mentre ero ancora negli uffici del Saint-Étienne, arrivò il fax con l’offerta del Napoli. Dissi ai miei dirigenti: “Ecco cos’è questo fax. Io me ne vado”. Non volevano crederci, ma alle quattro del mattino ero già su un volo per Napoli via Francoforte. Ho rinunciato anche a una percentuale sulla futura rivendita che mi spettava pur di chiudere. L’ho fatto volentieri ed è stata una scelta bellissima”.

Sulle belle parole espresse dal presidente De Laurentiis: “Lui è un imprenditore importantissimo, probabilmente il migliore oggi nel calcio italiano. Spesso si parla di lui solo per il business o l’aspetto finanziario, ma a livello umano è un grandissimo uomo. Mi è stato molto vicino quando mi sono infortunato, sia la prima che la seconda volta. Mi mandava messaggi, mi chiamava in ospedale sia lui che la moglie. Gestisce la squadra come un padre di famiglia. La gente non se ne rende conto, ma per lui i giocatori sono come figli. Lo dice sempre nei momenti di tensione: “Il mio telefono è sempre aperto, chiamatemi per qualunque necessità, personale o professionale”. Cerca sempre di mettere tutti nelle condizioni migliori per dare il 100%”.

Ti è rimasta l’abitudine del caffè?: “Io non bevo caffè! Mia madre mi diceva sempre che era una cosa “per i grandi” e non ho mai iniziato. Kalidou invece ne è diventato dipendente, si è fatto prendere da Tommy (Tommaso Starace ndr), lo beve pure di notte! Di napoletano però mi è rimasta la cosa più importante: il cuore”.

Sul brutto infortunio rimediato nella gara con il Manchester City nel 2017: “È difficile da spiegare. Molti pensano che mi sia crollato il mondo addosso, ma io sono molto religioso e credo che tutto accada per un motivo. A livello calcistico è stato un momento buio, ma a livello umano mi sono elevato, diventando una versione migliore di me stesso. È stata un’esperienza benefica sotto questo aspetto. Per il resto, è la vita. Mi è dispiaciuto solo che a volte siano stati incolpati i medici o chi mi stava intorno: non era colpa loro, è stato il destino. In quei momenti l’unica cosa che mi chiedevo era se avessi fatto involontariamente del male a qualcuno, pensavo che quegli infortuni fossero una conseguenza di un mio errore umano. Non ho mai cercato colpe esterne. Sono cambiato, sono evoluto e oggi quell’esperienza mi serve come uomo”.

Sul gioco di squadra espresso sotto la gestione Sarri: “Il Sarrismo ci ha permesso di entrare nella storia del Napoli, non per i trofei, ma per l’impronta che abbiamo lasciato nella mente delle persone. Se oggi chiedi ai tifosi, i giocatori dell’era Sarri sono ricordati più di altri che magari hanno vinto di più. C’era una fusione pazzesca, un’unione unica tra squadra e città che nel calcio moderno è quasi impossibile da ritrovare”.

Il gol più bello in azzurro?: “Tutti dicono quello alla SPAL perché fu importante per la partita, ma io ricordo con più affetto quello al Verona: era la mia centesima partita in Serie A. Sfortunatamente non ho mai segnato in casa, ma ho sempre segnato in trasferta”.

Che effetto ti fa vedere il tuo volto sul murale di Jorit all’esterno dello stadio?: “È un orgoglio immenso. Essere raffigurato lì ti rende “immortale”, ma la cosa che mi gratifica di più è essere ricordato come uomo, prima ancora che come calciatore”.