Sono giorni bui questi che accompagnano la penosa vicenda del piccolo aggrappato a una macchina cuore-polmone.
Ore oscure anche per la fiducia verso il nostro sistema sanitario. E verso un centro d’eccellenza qual è e quale è stato il Monaldi. Qui dove due luminari della cardiochirurgia trapiantarono a Napoli il primo cuore. Stiamo parlando dei professori De Vivo e Cotrufo.
Il sistema sanitario
Un ospedale travolto oggi da ondate di cronaca che descrivono realtà agghiaccianti, mentre inconsciamente, si elimina e ci si disfa di tutto, senza distinguere ciò che è valido e ciò che non lo è. Facendo così si mette a repentaglio il buono e non lo si separa dal cattivo. Il nostro Servizio Sanitario, e ciò che il Monaldi rappresenta, ha fatto e fa bene a tanti trapiantati, piccoli e adulti, e sa fare molto d’altro, tuttavia prendersi carico della salute dei cittadini implica una enorme responsabilità. Deve essere un vero e proprio “servizio” ispirato a dedizione, compassione, attenzione ai dettagli e qualità. È possibile fare tutte queste cose insieme? Sì, e lo si deve fare specialmente nel campo dei trapianti e ancora di più per un trapianto di cuore di un bambino.
I trapianti
Oggi in Italia sono migliaia e migliaia le persone in attesa di un organo nuovo, ciascuno vorrebbe che quella valigetta fosse per lui, ma non sarà così, non per tutti per lo meno. Pensiamo a quelli che aspettano un rene, che dipendono da una macchina di dialisi per quattro ore al giorno, per tre giorni alla settimana, per tutte le settimane del mese, per tutti i mesi dell’anno.
Ammalati che vivono con il telefono vicino giorno e notte, ma non per lavoro o per diletto, solo perché sperano di sentirsi dire «si prepari, la operiamo stanotte».
Nel caso del bambino di Napoli qualcosa (forse più di qualcosa) non è andato per il verso giusto. Ma si potrà dire di più solo quando si saprà come sono andate davvero le cose.
Gli interrogativi
Rimangono sparse, simili a schegge impazzite, mille e più domande che rimbomberanno a lungo nella mente di mamma Patrizia e di tutti noi. Come è stato possibile commettere errori così grossolani? Cosa ha spinto quel reparto del Monaldi, che era ed è considerato un’eccellenza medica di livello internazionale, a sprofondare negli inferi di quest’orrore? L’inchiesta giudiziaria, probabilmente, ci offrirà qualche risposta.
La politica, a sua volta, dovrebbe trovare i rimedi e i fondi necessari per impedire che la sanità pubblica diventi sempre più ruota di scorta dell’assistenza privata. E su questo sembra lecito avanzare dubbi. Perché non può finire solo con una madre, che resterà sola e verrà dimenticata. Assieme al suo piccolo col cuore bruciato pure dal gelo dell’indifferenza postuma.












