Non sarebbe un caso isolato. Dietro la morte del piccolo Domenico Caliendo si apre ora uno scenario più ampio e inquietante: quello di organi destinati ai trapianti arrivati a destinazione già compromessi dal freddo estremo.
A rilanciare il tema è l’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia del bambino, che porta alla luce quanto emerso durante il convegno “Il dono della vita nel sistema trapiantologico”, ospitato a Palazzo Madama e promosso dall’AIDO.
La scoperta degli altri organi “congelati”
Secondo quanto riferito, negli anni si sarebbero verificati diversi episodi simili: organi arrivati negli ospedali “congelati”, resi inutilizzabili da temperature troppo basse durante il trasporto. Non solo il cuore destinato a Domenico, dunque, ma una criticità che, almeno in passato, avrebbe riguardato più casi.
Il punto più delicato riguarda proprio le modalità di conservazione. Fino a circa dieci anni fa, spiega Petruzzi, il trasporto avveniva spesso con sistemi rudimentali: dai classici box frigo da campeggio fino a semplici contenitori in polistirolo, simili a quelli utilizzati per gli alimenti. Soluzioni lontane dagli standard tecnologici più avanzati oggi disponibili.
Durante l’incontro è stata portata anche la testimonianza della compagnia aerea Avionord, attiva anche nel trasporto di organi tra diverse città italiane. I rappresentanti hanno mostrato immagini definite “nefasti”: tra queste, la fotografia di un rene arrivato completamente ghiacciato, esposto a temperature fino a -40 gradi a causa dell’uso improprio di ghiaccio artificiale.
Gli interrogativi sull’intera catena
Un dettaglio che riapre interrogativi pesanti sulla catena di trasporto e sulla gestione di materiali così delicati, dove anche pochi gradi possono fare la differenza tra la vita e la perdita di un organo.
Il confronto ha messo in evidenza anche il divario tra passato e presente. Oggi esistono dispositivi di ultima generazione, come i sistemi Paragonix e le macchine da perfusione portatili, in grado non solo di mantenere stabile la temperatura, ma anche di “trattare” l’organo durante il viaggio, migliorandone le condizioni fino al momento del trapianto. Tecnologie già disponibili, ad esempio, anche all’ospedale Monaldi di Napoli, ma che – secondo quanto emerso – non sarebbero state utilizzate nel caso del cuore destinato a Domenico.
Ed è proprio su questo punto che si concentra ora l’attenzione: se esistevano strumenti più sicuri, perché non sono stati impiegati?












