di Ferruccio Fiorito
Il dibattito attorno alla figura del suo conduttore, Sigfrido Ranucci, portano a galla una questione cruciale che pone un interrogativo di non facile soluzione: perché in Italia il giornalismo d’inchiesta sembra sempre dipendere indissolubilmente dalla singola persona, diventando quasi irripetibile senza di essa?
È questa un’anomalia tutta italiana o una dinamica universale?
Per capire se si tratti di un’eccezione tutta nostra o di una regola globale, aiuta analizzare come funziona il sistema informativo dentro e fuori dai nostri confini.
Nel nostro Paese, il giornalismo d’inchiesta televisivo soffre storicamente di una forte personalizzazione, dove la figura del conduttore eroe o giornalista scudo, diventa fondamentale per proteggere la redazione dalle pressioni politiche ed editoriali.
La RAI, in quanto servizio pubblico storicamente soggetto all’influenza della politica, fatica a istituzionalizzare l’indipendenza e questa non viene percepita come una caratteristica naturale dell’azienda, ma come una conquista del singolo professionista. Quando quel professionista viene messo in discussione, l’intero formato sembra vacillare perché non esiste una struttura percepita come neutra a fare da garante.
All’estero, invece, la percezione è spesso diversa, anche se non priva di tensioni.
Negli Stati Uniti (con programmi storici come 60 Minutes della CBS) o nel Regno Unito (con Panorama della BBC), l’indipendenza e la forza dell’inchiesta sono legate al brand testata e a standard editoriali rigidi, piuttosto che all’intoccabilità del singolo volto. I conduttori cambiano negli anni, ma il programma resta e chi arriva non è soggetto ad aggressioni mediatiche da parte dei colleghi non scelti.
Ciò non significa che all’estero non vi siano pressioni, anzi, i grandi gruppi editoriali privati rispondono a logiche corporative e finanziarie, mentre i servizi pubblici (come la BBC) affrontano ciclicamente scontri durissimi con i governi di turno sui finanziamenti e sulle nomine.
Tornando al caso Report e al nostro paese, la circostanza che non si riesca a trovare un sostituto che vada bene a tutti, non deriva necessariamente dalla mancanza di giornalisti liberi e validi nel nostro panorama, essendo il problema sistemico.
In Italia, chi fa inchiesta spesso lavora in condizioni di estrema precarietà giuridica ed economica, dovendosi difendere quotidianamente da querele e pressioni dirette che spaventano le aziende prima ancora dei singoli reporter.
Senza un’azienda che garantisca una copertura legale totale e una reale blindatura editoriale, pochissimi giornalisti possono permettersi di esporsi in prima persona.
L’anomalia italiana non sta dunque nell’assenza di talenti, ma in un sistema mediatico in cui l’autonomia non è una garanzia strutturale, bensì una resistenza personale.
Finché l’indipendenza sarà affidata ai singoli invece che alle istituzioni editoriali, ogni cambio di conduzione sembrerà sempre un punto di non ritorno anche se colui che è chiamato a sostituire sia un giornalista “libero”.












