Il Napoli mette la freccia, ma non ancora il pilota automatico

di Silver Mele

A Cagliari basta l’onnipresente McTominay per prendersi il secondo posto: vittoria pesantissima, partita grigia, finale da apnea. Conte incassa, sorride e riflette: nella corsa che conta, i tre punti sono oro, ma il coraggio non può finire troppo presto

Ci sono vittorie che non si ricordano per la bellezza, ma per il peso specifico. E quella del Napoli a Cagliari appartiene esattamente a questa categoria: non una partita da conservare in cineteca, ma un risultato da scolpire nella classifica. Perché in questa fase della stagione non esistono più i successi ornamentali, quelli da esibire in salotto con il gioco scintillante e i complimenti degli esteti. Esistono invece le prove di resistenza, le serate sporche, tese, perfino sgraziate, in cui conta soltanto una cosa: arrivare dall’altra parte con i tre punti in tasca.

Il Napoli l’ha fatto. E l’ha fatto ancora una volta con il timbro sempre più pesante di Scott McTominay, uomo copertina e uomo sostanza, incursore ormai diventato sentenza. Segna lui, dopo appena due minuti, e tanto basta per decidere una partita che gli azzurri hanno indirizzato subito ma non hanno mai davvero avuto la forza, o forse la ferocia, di chiudere. È questa la doppia faccia della notte di Cagliari: da un lato la maturità competitiva di una squadra che sa soffrire, dall’altro una prudenza quasi patologica che nel finale ha trasformato un controllo accettabile in un’autentica chiamata al rischio.

Conte sorride, e fa bene. La quarta vittoria consecutiva non è un dettaglio statistico: è un messaggio. Il Napoli sorpassa il Milan, si prende momentaneamente il secondo posto, ritrova persino il clean sheet che mancava da undici partite e tiene viva la pressione su chi sta davanti. Tutto vero, tutto meritato. Ma proprio perché la posta era altissima, la lettura della gara merita un supplemento di sincerità.

Per oltre un’ora il Napoli ha dato l’impressione di poter governare la partita senza affanni eccessivi. Non dominando nel senso più nobile del termine, certo, ma mantenendo il vantaggio dentro un perimetro relativamente sicuro. Aveva colpito subito, aveva sfiorato il raddoppio, aveva mostrato persino una discreta compattezza nella gestione delle due fasi. Poi però, con il trascorrere dei minuti, è riaffiorato un difetto che accompagna spesso le squadre di Conte quando sentono l’odore della posta grossa: la tentazione di proteggere il risultato smettendo quasi del tutto di giocare.

E qui sta il punto. Difendere un vantaggio è legittimo; consegnarsi al proprio limite, no. Il Napoli, soprattutto nel finale, ha arretrato il baricentro in modo vistoso, si è rifugiato in un 5-4-1 di pura conservazione, ha smesso di tenere il pallone e ha accettato l’idea di vivere gli ultimi minuti dentro la propria area. È una scelta che può anche essere letta come pragmatismo, e in parte lo è. Ma è anche una scelta che impoverisce la squadra, la rende passiva, la espone a quell’episodio casuale che nel calcio arriva sempre quando smetti di governare e cominci soltanto a respingere.

Il Cagliari, va detto, ci ha provato con generosità più che con lucidità. Ha alzato il pressing, ha messo energia, ha riempito l’area nel finale, ma davanti è mancato nel morso decisivo. La squadra di Pisacane ha avuto coraggio, non cattiveria. E questo ha permesso al Napoli di uscire indenne anche quando il copione si era fatto pericolosamente sbilanciato. Il salvataggio finale di Spinazzola, in questo senso, vale quasi come un secondo gol: non per estetica, ma per significato. È l’immagine perfetta di una vittoria difesa con le unghie, con i nervi, con una dose abbondante di tensione.

Resta allora una domanda, inevitabile: questo Napoli sta crescendo o sta semplicemente imparando a sopravvivere? La risposta, probabilmente, sta nel mezzo. Cresce nella capacità di stare dentro le partite, nella continuità dei risultati, nella durezza mentale con cui affronta i passaggi delicati della stagione. Però, allo stesso tempo, mostra ancora una fragilità culturale quando si tratta di amministrare senza rimpicciolirsi. Ed è un confine sottile ma decisivo. Le squadre grandi non sono soltanto quelle che sanno soffrire: sono quelle che scelgono quando soffrire, e soprattutto che non si fanno schiacciare dalla paura di vincere.

McTominay, in questo quadro, è il simbolo più potente del presente azzurro. Segna, rincorre, tampona, si abbassa, si alza, tiene insieme reparti e momenti. È il giocatore che oggi interpreta meglio il bisogno del Napoli: concretezza. Ma non può bastare sempre il suo impatto a coprire tutto il resto. Perché nelle prossime settimane il margine d’errore si assottiglierà ulteriormente, e certe vittorie di misura, costruite bene ma poi custodite male, rischiano di chiedere interessi troppo alti.

Il dato più importante, alla fine, resta la classifica. In questa fase il giudice supremo è quello, e al Napoli consegna una serata piena: quarto successo di fila, sorpasso riuscito, porta finalmente inviolata. Tutto quello che Conte chiedeva, probabilmente. E tuttavia, dentro questi tre punti pesantissimi, c’è anche una lezione da non ignorare. Per arrivare fino in fondo, o comunque per restare stabilmente ai piani nobili, non basterà vincere: bisognerà imparare a vincere senza arretrare fino a scomparire.

Il Napoli ha messo la freccia. Adesso deve dimostrare di saper tenere la corsia.