di Silver Mele
Il blocco di mercato imposto al club più sano d’Italia racconta un calcio che punisce la virtù e protegge il fallimento. Altro che fair play
C’è qualcosa di profondamente malato nel calcio italiano quando una società con i conti in ordine viene trattata come un’anomalia da correggere, mentre chi vive da anni sopra una montagna di debiti detta l’agenda politica del sistema. È quello che è accaduto oggi, nel silenzio imbarazzato delle istituzioni, con la decisione del Consiglio Federale della Figc di accogliere un veto espresso in Assemblea di Lega da quattro club su venti. Quattro. Sempre gli stessi.
Il risultato è paradossale solo in apparenza: il Napoli, che dispone di 178 milioni di euro di riserve liquide immediatamente utilizzabili, viene sostanzialmente bloccato sul mercato di gennaio, costretto al saldo zero per non aver rispettato l’indicatore del costo del lavoro allargato. Un indicatore che, guarda caso, diventa dirimente a stagione iniziata, quando il campionato è in pieno svolgimento e le classifiche – sportive ed economiche – iniziano a pesare.
A imporre questo stop non sono club virtuosi preoccupati dell’equilibrio del sistema. Sono, al contrario, alcune delle società più indebitate non solo della Serie A, ma del calcio mondiale:
Inter, Juventus, Roma e Milan, con passivi che oscillano tra i 324 e i 735 milioni di euro. Numeri che in qualunque altro settore industriale farebbero tremare i polsi, e che nel calcio italiano diventano invece titoli di rappresentanza politica.
Qui sta il punto centrale, e il motivo per cui non si tratta di una semplice disputa regolamentare: nel calcio italiano il debito è potere. Più sei indebitato, più sei “sistemico”, più diventi intoccabile. Più sei sano, più sei isolato. Il Napoli paga esattamente questo: non un errore gestionale, ma l’aver costruito negli anni un modello sostenibile, autonomo, refrattario al ricatto permanente del sistema.
Si dirà che la norma è uguale per tutti. È la favola preferita di chi cambia le regole mentre la partita è in corso. Perché qui non siamo davanti all’applicazione rigorosa di un principio di equità, ma a un machiavello: una forzatura giuridica usata come strumento politico per riequilibrare a tavolino un campionato che sul campo racconta un’altra storia.
L’obiettivo è evidente: condizionare la corsa allo scudetto e la qualificazione alla prossima Champions League, intervenendo non sul terreno di gioco ma sulla possibilità di rafforzarsi. È un tentativo, non una certezza – perché il campo resta giudice sovrano – ma è abbastanza per certificare una volontà precisa: punire chi non si allinea.
Il Napoli, va detto, ha gli strumenti per resistere. Anche senza mercato, questa squadra può competere con chiunque, arbitraggio permettendo. Ma la questione non è tecnica, è politica. Ed è qui che Aurelio De Laurentiis non può più limitarsi all’indignazione episodica.
Se davvero vuole difendere il Napoli e ciò che rappresenta, deve fare un salto di qualità. Deve costruire un fronte alternativo in Assemblea di Lega, aggregando i club che non vivono di finanza creativa e che non possono permettersi di essere schiacciati da un’oligarchia calcistica finanziariamente fallita ma istituzionalmente dominante. E deve portare lo scontro anche fuori dal perimetro sportivo.
Perché a questo punto diventa legittimo chiedere conto alla Figc delle omissioni sistematiche nei controlli sui bilanci di alcune società. Diventa legittimo domandarsi se tutte abbiano davvero i requisiti per stare in Serie A. Diventa legittimo, persino, interrogarsi sulla reale proprietà di club le cui strutture societarie sono opache, schermate, difficilmente decifrabili. Chi c’è dietro? Chi garantisce? Chi decide?
Il calcio italiano ha scelto da tempo da che parte stare: non dalla sostenibilità, non dalla trasparenza, ma dalla conservazione del potere. Il Napoli, oggi, è il bersaglio perché è l’eccezione che smaschera la regola.











