Il No sfonda tra giovani e lavoratori dipendenti: così il voto ha incrinato anche il fronte del governo

L’analisi del voto consegna un dato politico netto: la riforma è stata respinta soprattutto nelle fasce più giovani e tra i lavoratori dipendenti, mentre nel centrodestra non sono mancati spostamenti verso il No. Più contenuto, invece, il travaso opposto tra gli elettorati delle opposizioni.

Il referendum sulla giustizia non ha bocciato soltanto una riforma. Ha mostrato, dentro il risultato finale, una geografia politica più scomoda per il governo di quanto dica il dato secco delle urne. Perché il No non ha prevalso solo grazie alla compattezza delle opposizioni, ma ha trovato forza anche in due aree che pesano molto nella lettura del voto: i giovani e i lavoratori dipendenti. E, nello stesso tempo, ha intercettato una quota non irrilevante di elettori del centrodestra.

Il primo elemento riguarda l’età. Tra i 18 e i 34 anni il Sì si è fermato al 40%, lasciando al No il segmento generazionale più giovane e forse anche il più sensibile ai messaggi di rottura o di diffidenza verso le riforme calate dall’alto. Nelle fasce successive il confronto si è fatto più equilibrato, ma il fronte contrario ha comunque mantenuto un vantaggio sia tra i 35 e i 64 anni, sia oltre i 65. È un segnale politico che va oltre il merito tecnico del quesito: il governo non è riuscito a rendere la sua riforma attrattiva proprio presso una parte dell’elettorato che spesso viene indicata come decisiva nei processi di ridefinizione del consenso.

L’altro dato pesante riguarda il lavoro. Il Sì ha tenuto soltanto tra gli autonomi, mentre tra i dipendenti il referendum ha preso una piega diversa: il No ha raccolto il 54% tra i lavoratori del settore privato e il 58% tra quelli del pubblico impiego. È qui che il risultato assume un profilo ancora più netto. Quando una riforma voluta dalla maggioranza perde terreno proprio tra chi vive il rapporto più diretto con le strutture dello Stato o con la stabilità del lavoro subordinato, il voto smette di essere soltanto una scelta sul testo e diventa anche un indicatore di fiducia politica.

C’è poi il capitolo più delicato per la coalizione di governo: quello dei voti mancati in casa propria. I flussi indicano che una parte dell’elettorato di centrodestra non ha seguito fino in fondo la linea del Sì. Il dato più marcato riguarda la Lega, dove il 17% degli elettori si sarebbe schierato per il No. In Forza Italia e Fratelli d’Italia la quota scende all’11%, ma resta comunque significativa, mentre tra gli elettori di Noi Moderati e Futuro Nazionale il No supera un quinto. Il senso politico è chiaro: la riforma non ha tenuto compatto neppure il blocco che avrebbe dovuto sostenerla con maggiore convinzione.

Sul fronte opposto, gli spostamenti verso il Sì appaiono più limitati. Nel Partito democratico la quota favorevole alla riforma viene indicata all’11%, in Verdi-Sinistra al 7%, nel Movimento 5 Stelle al 14%. Più favorevoli risultano invece gli elettorati di Azione, con l’80% per il Sì, e dell’area Italia Viva/+Europa, dove il consenso alla riforma si attesta al 63%. Ne esce un quadro nel quale il governo ha perso più consensi nel proprio campo di quanti ne abbia recuperati dall’altra parte.

È questo, probabilmente, il dato politico più serio lasciato dal referendum. Il No non ha vinto soltanto per somma aritmetica delle opposizioni. Ha vinto perché ha saputo allargarsi dove il Sì pensava di poter reggere meglio, e perché ha trovato crepe proprio nel perimetro della maggioranza. Per un governo, il problema non è solo perdere una consultazione. È scoprire che a dire no sono stati anche pezzi del proprio mondo, mentre i più giovani e i dipendenti si sono mossi in un’altra direzione.