Il supermarket dei tombaroli: 12mila reperti archeologici rubati e un tesoro da 17 milioni di euro

Un patrimonio immenso, sufficiente — come hanno spiegato i magistrati — ad aprire uno dei più grandi musei archeologici d’Italia. Ma dietro quei reperti non c’era la tutela della storia, bensì una filiera criminale organizzata, attiva tra Sicilia e Calabria, capace di saccheggiare sistematicamente siti archeologici e alimentare il mercato illegale internazionale.

È il cuore della doppia operazione “Ghenos–Scylletium”, condotta all’alba dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, coordinati dalle Dda di Catania e Catanzaro, che ha portato all’emissione di 56 misure cautelari.

Scavi clandestini e traffico internazionale

Le indagini hanno accertato 67 scavi abusivi in diverse regioni italiane. I reperti — oltre 12mila pezzi, di cui almeno 7mila monete antiche di epoca greca e romana, ma anche anelli, fibule e vasellame — venivano trafugati, catalogati e immessi sul mercato clandestino, arrivando fino a case d’asta in Italia e all’estero, in particolare in Gran Bretagna e Germania.

Secondo la Procura di Catania, il valore complessivo del materiale sequestrato supera i 17 milioni di euro.

Le misure cautelari

Nel dettaglio, a Catanzaro sono state eseguite 11 misure (2 in carcere e 9 ai domiciliari), mentre a Catania i provvedimenti sono stati 45:
– 9 arresti in carcere
– 14 ai domiciliari
– 17 obblighi di dimora
– 4 obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria
– 1 sospensione dell’attività per il titolare di una casa d’aste
Due misure sono state notificate anche all’estero.

Gli indagati rispondono, a vario titolo, di associazione per delinquere, impossessamento illecito e ricettazione di beni culturali, autoriciclaggio, esportazione illegale, falsificazione, contraffazione di opere d’arte e violazioni delle norme sulle ricerche archeologiche.

Il legame con la ’ndrangheta

Un aspetto particolarmente grave emerge dall’inchiesta calabrese: secondo il procuratore di Catanzaro Salvatore Curcio, l’attività dei tombaroli serviva anche ad agevolare la cosca Arena, rafforzando il controllo del territorio nel Crotonese.

Le due indagini — condotte dai Nuclei Tpc di Cosenza e Palermo — si sono intrecciate quando è emerso che una squadra siciliana operava stabilmente anche in Calabria, in collaborazione con il gruppo indagato nell’operazione “Scylletium”.

Un esercito di metal detector

Nel corso delle perquisizioni sono stati sequestrati oltre 60 metal detector ad alta tecnologia, utilizzati per scandagliare i siti archeologici in modo sistematico. «Un vero esercito — ha sottolineato il procuratore Francesco Curcio — con strumenti spesso più avanzati di quelli in dotazione agli enti preposti alla tutela».

Restituire la storia al Paese

«Contrastare questo fenomeno — ha dichiarato il generale Antonio Petti, comandante dei Carabinieri Tpc — significa non solo colpire una fonte di finanziamento della criminalità organizzata, ma restituire ai cittadini ciò che appartiene al patrimonio culturale nazionale».

Un’operazione durata anni, che ha coinvolto 79 indagati, e che riporta al centro una ferita aperta: la difesa della memoria storica contro chi la trasforma in affare criminale.