di Silver Mele
L’eliminazione di Sinner sembrava l’inizio della fine. Invece Parigi ha raccontato un’altra storia: quella di un tennis che non dipende più da un solo campione. Cobolli sogna la Top 10, Berrettini e Arnaldi si giocano una semifinale storica, mentre dietro avanzano nuove generazioni. E il futuro fa meno paura che mai
Quando cade il numero uno e nessuno crolla
Per anni il tennis italiano ha inseguito un sogno: avere un fuoriclasse capace di vincere gli Slam. Quel sogno ha il volto di Jannik Sinner. Ma il Roland Garros più folle degli ultimi anni sta raccontando qualcosa di diverso e forse persino più importante.
Sinner esce al secondo turno, travolto da un malore e da una giornata storta. Una botta che avrebbe potuto svuotare il torneo azzurro. In passato sarebbe successo. In passato l’Italia avrebbe chiuso i battenti e acceso il televisore.
Invece Parigi si è riempita di bandiere tricolori.
Tre italiani nei quarti di finale di uno Slam non si erano mai visti. E non stiamo parlando di tre predestinati cresciuti sotto i riflettori. Stiamo parlando di tre storie diverse, tre percorsi accidentati, tre modi differenti di arrivare al successo.
È qui che nasce la vera impresa italiana.
I due Matteo: caduti oltre il centesimo posto, risorti a Parigi
Il derby tra Matteo Berrettini e Matteo Arnaldi non vale soltanto una semifinale Slam.
Vale una rivincita.
Quando il torneo è iniziato, Berrettini era numero 105 del ranking ATP. Arnaldi numero 104. Due giocatori fuori dalla Top 100, entrambi reduci da mesi difficili, entrambi costretti a ricostruire la propria carriera quasi da zero.
Berrettini ha combattuto ancora una volta contro il suo corpo. Gli addominali, gli stop, i dubbi, quella sensazione di non riuscire più a competere ai livelli che gli appartenevano.
Arnaldi invece si portava dietro un problema cronico al piede che aveva frenato una crescita che sembrava ormai lanciata.
Oggi sono di nuovo lì.
Uno entrerà in semifinale. Entrambi hanno già guadagnato oltre cinquanta posizioni in classifica. Entrambi rivedono la Top 30.
Non è soltanto una questione di tennis. È la dimostrazione che il talento conta, ma la resistenza conta di più.
Arnaldi, il maratoneta che ha riscritto un record
Tra tutte le storie di questo Roland Garros ce n’è una che sembra uscita da un romanzo sportivo.
Matteo Arnaldi ha raggiunto i quarti dopo aver trascorso in campo 17 ore e 42 minuti.
Dal 1991, da quando l’ATP registra le durate dei match, nessuno aveva impiegato così tanto tempo per arrivare ai quarti di finale di uno Slam.
Quasi diciotto ore.
Una maratona costruita partita dopo partita, culminata nella battaglia infinita contro Frances Tiafoe: cinque ore e ventisei minuti, rimonte, match che sembravano persi e poi ritrovati.
La cosa più sorprendente è che tutto questo arriva dopo il periodo più complicato della sua carriera.
Arnaldi non sta semplicemente vincendo. Sta dimostrando che si può tornare più forti di prima.
Cobolli e il sogno che nessuno può più definire impossibile
Se Berrettini e Arnaldi raccontano la resilienza, Flavio Cobolli rappresenta la crescita.
Contro Felix Auger-Aliassime si gioca molto più di una semifinale.
Si gioca l’ingresso nell’élite.
Cobolli ha già battuto due volte il canadese. Certo, erano altre condizioni e un altro momento della carriera. Ma c’è un dettaglio che conta: il suo tennis sembra fatto apposta per la terra battuta.
Mentre Auger-Aliassime ha costruito quasi tutti i suoi successi sul cemento, Cobolli è cresciuto sul rosso. Ha il ritmo, la pazienza, la capacità di allungare gli scambi e togliere certezze agli avversari.
A inizio torneo parlare di semifinale sarebbe sembrato un esercizio di fantasia.
Oggi è semplicemente una possibilità concreta.
Da fenomeno a movimento: il vero salto dell’Italtennis
La tentazione è raccontare tutto come una favola nata dal nulla.
Non sarebbe corretto.
Quello che sta accadendo a Parigi è il prodotto di anni di lavoro. Accademie, circoli, investimenti, programmazione federale, competizioni giovanili.
Sinner è stato il detonatore.
Ma oggi il tennis italiano è molto più grande del suo numero uno.
Lo dimostra il fatto che, nel momento in cui il campione esce di scena, altri tre giocatori occupano il palcoscenico.
Lo dimostra il fatto che negli ultimi anni gli azzurri hanno moltiplicato le presenze nelle seconde settimane degli Slam.
Lo dimostra soprattutto la sensazione che questa non sia un’eccezione.
Il futuro è già arrivato
Mentre l’Italia si gode i suoi tre protagonisti, il Roland Garros sta offrendo anche un assaggio di quello che verrà.
Alexander Zverev ha fermato la corsa del giovane spagnolo Rafael Jodar. Jakub Mensik ha superato João Fonseca in un confronto che sembrava appartenere già alla prossima generazione.
Mensik e Fonseca hanno ricordato a tutti che il ricambio è già in corso.
Ma la differenza è che, stavolta, l’Italia non osserva il futuro da lontano.
Lo sta costruendo.
La lezione di Parigi
Forse la frase che meglio racconta questo Roland Garros non arriva da una vittoria.
Arriva da Berrettini.
«Abbiamo bisogno delle sconfitte, anche di quelle che fanno male».
Dentro quelle parole c’è il senso di tutto.
Perché il tennis italiano non è diventato forte quando ha iniziato a vincere.
È diventato forte quando ha imparato a sopravvivere alle sconfitte.
E allora il paradosso è servito: il Roland Garros che sembrava destinato a finire con l’uscita di Sinner potrebbe trasformarsi nel torneo che certifica definitivamente la maturità dell’Italtennis.
Non più un campione solo.
Ma un movimento intero che ha imparato a camminare con le proprie gambe.












