18:15 – Il discorso finale del Santo Padre: “Fratelli e sorelle, Napoli ha bisogno di questo sussulto, di questa dirompente energia del bene, del coraggio evangelico che ci rende capaci di rinnovare ogni cosa. Che sia un impegno di tutti: assumetelo e portatelo avanti tutti insieme. Fatelo specialmente con i giovani, che non sono soltanto destinatari ma protagonisti del cambiamento. Si tratta non solo di coinvolgerli, ma di riconoscere loro spazio, fiducia e responsabilità, perché possano contribuire in modo creativo alla costruzione del bene. In una realtà spesso segnata da sfiducia e mancanza di opportunità, i giovani rappresentano una risorsa viva e sorprendente. Lo dimostra l’esperienza del Museo Diocesano Diffuso, dove tanti di loro si impegnano a custodire e raccontare il patrimonio culturale e spirituale della città con linguaggi nuovi e accessibili. Lo dimostrano i giovani che, negli oratori, si dedicano con passione all’educazione dei più piccoli, diventando punti di riferimento credibili e testimoni di relazioni sane. Lo dimostrano, ancora, i numerosi volontari che si spendono nei servizi di carità, nelle iniziative sociali e nei percorsi di accompagnamento delle fragilità. Queste esperienze non sono marginali: sono già segni concreti di una Chiesa giovane e di una città che può rigenerarsi. Sono certo che non mancherete di continuare a coltivarli con audacia, con la passione e l’entusiasmo che vi contraddistingue”.
17:50 – Per il Papa la testimonianza di Fabio Varrella vittima innocente della criminalità: “Un giorno mi sono ritrovato a vivere una scena da film. Un tragico film. Il 29 marzo 2023 mi trovavo in un distributore di benzina. Ero immerso nei miei pensieri: avevo perso mio padre da pochi giorni. In quel momento di fragilità, due ragazzi mi si avvicinarono. Puntarono una pistola contro di me e mi ordinarono di scendere dal motorino. Io cercai di restare calmo, di non reagire. Ma quella mano premette il grilletto. Due volte. In quel momento ho sentito il silenzio. Un silenzio irreale, come se tutto intorno si fosse fermato. E oggi, guardandomi indietro, sento che non si è fermata per caso. Sono qui, vivo, grazie a chi mi ha soccorso, ai medici, ma anche, ne sono profondamente convinto, grazie a qualcosa di più grande: una mano mi ha sostenuto quando stavo per cadere. I giorni successivi sono stati difficili. Fatti di paura, di domande, di notti lunghe. Di momenti in cui tutto sembrava fragile. Ma sono stati anche giorni pieni di presenza. Di mani che non mi hanno lasciato solo. Mia moglie non mi ha mai lasciato. È stata la mia forza quando io non ne avevo. È stata la presenza che mi ha ricordato, ogni giorno, che valeva la pena restare, lottare, vivere. E proprio in quel cammino di rinascita ho incontrato una guida spirituale importante, il Cardinale Domenico Battaglia, per tutti noi Don Mimmo. Con la sua vicinanza e la sua fede vissuta, mi ha aiutato a comprendere che anche dentro una ferita può nascere qualcosa di buono. È stato lui a celebrare il nostro matrimonio. E per me questo ha avuto un significato profondo: è stato come trasformare un’esperienza di morte in una promessa di vita”. Varrella chiude così: “I ragazzi che mi hanno sparato oggi sono stati arrestati. Ma nel mio cuore non c’è odio. Non ho mai provato odio verso di loro. Ho sentito, fin da subito, che quel gesto non nasceva solo da loro… ma dalla realtà in cui sono cresciuti, dalle condizioni che li hanno formati. Per questo dentro di me non c’è rabbia, ma una consapevolezza profonda: che nessuno nasce per fare del male. C’è invece una speranza forte: che nessuno sia perduto per sempre. E dopo aver attraversato la violenza, ho scelto di non restare fermo nel dolore, ma di trasformarlo in responsabilità. Per questo oggi mi dedico al volontariato”.
17:35 – Il presidente della regione Roberto Fico è salito sul palco, insieme al prefetto Michele di Bari, dando in dono al Papa due pastori realizzati dai maestri del presepe napoletano.
17:30 – “Santo Padre, Napoli La accoglie con il suo calore, in un grande abbraccio fisico e ideale. La Sua visita rappresenta un passaggio di straordinario valore spirituale e simbolico: un dono che Napoli riceve con gratitudine sincera. E per questo desidero ringraziarla”. Così il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, in piazza del Plebiscito.
17:15 – Don Battaglia in piazza del Plebiscito: “Napoli parla con il mare, che le insegna da sempre l’apertura. Parla con i vicoli, che custodiscono storie, nomi, legami. Parla con i balconi, con le mani operose, con le botteghe, con le scuole, con le università, con gli ospedali, con le parrocchie, con le famiglie, con i giovani, con i poveri, con tutti coloro che ogni giorno tengono accesa una piccola luce. Napoli oggi non Le consegna una cartolina. Le consegna un volto. Un volto antico e giovane insieme. Un volto segnato, certo, ma capace ancora di stupor. Un volto che conosce la fatica, ma non ha dimenticato la festa. Che conosce il dolore, ma non ha smesso di cantare. Che conosce le prove della vita, ma continua a generare fraternità”. Poi rimarca: “Se poco fa, davanti alle reliquie del nostro Santo, abbiamo invocato la pace, qui, in questa piazza, quella invocazione scende nella vita concreta della città e diventa domanda più esigente: pace e giustizia”.
17:05 – Il Papa è arrivato sul palco di piazza del Plebiscito con l’arcivescovo Don Mimmo Battaglia e il vescovo Crescenzio Sepe.
16:55 – “Sono commossa, ho incontrato il Papa a cui ho donato il mio libro e la foto di Domenico: si è messo la mano sul cuore e mi ha detto che lo ricorderà nelle sue preghiere”. Così la madre di Domenico Caliendo.
16:40 – Il Papa ha salutato l’intera piazza prima di entrare nella Chiesa di San Francesco di Paola.
16:30 – Il Santo Padre è arrivato in piazza del Plebiscito.
16:10 – In precedenza il Papa ha incontrato i genitori di Domenico Caliendo, il bambino morto all’ospedale Monaldi per un trapianto di cuore.
16:00 – Dopo la benedizione finale il Papa lascia il Duomo. Ora si dirigerà in piazza del Plebiscito. Tanti bambini che acclamano il Santo Padre.
15:50 – Il Santo Padre chiude il suo discorso così: “Conosco lo speciale legame che vi unisce al vostro Patrono San Gennaro, ma la grazia di Dio è stata con voi così generosa che ha suscitato tante altre figure di Santi e Sante nel corso della vostra storia. Vi affido a loro e all’intercessione di Maria. Non abbiate paura, non scoraggiatevi e siate, per questa Chiesa e per questa città, testimoni di Cristo e seminatori di futuro”.
15:40 – Poi il Pontefice rivolgendosi al clero napoletano: “Napoli è una città dai mille colori, in cui la cultura e le tradizioni del passato si mescolano alla modernità e alle innovazioni; è una città in cui una religiosità popolare spontanea ed effervescente si intreccia con numerose fragilità sociali e con i molteplici volti della povertà; è una città antica ma in continuo movimento, abitata da molta bellezza e nel contempo segnata da tante sofferenze e perfino insanguinata dalla violenza. In questo contesto, l’agire pastorale è chiamato a una continua incarnazione del messaggio evangelico. Abbiamo bisogno di cura”.
15:30 – Il discorso del Papa in Duomo: “È una grande gioia per me visitare questa città, ricchissima di arte e di cultura, situata nel cuore del Mediterraneo e abitata da un popolo inconfondibile e gioioso, nonostante il peso di tante fatiche. Il mio venerato predecessore, Papa Francesco, venendo qui nel 2015, disse: ‘La vita a Napoli non è mai stata facile, però non è mai stata triste! È questa la vostra grande risorsa: la gioia, l’allegria’. Oggi sono qui anche per farmi contagiare da questa gioia. Grazie per la vostra accoglienza”.
14:55 – Papa Leone è giunto in Duomo. Incontrerà il Clero e la Vita Consacrata, poi si recherà presso la Real Cappella del Tesoro di San Gennaro.
14:20 – Il Pontefice è arrivato a Napoli.
14:00 – Papa Leone XIV in viaggio verso Napoli da Pompei.
13:30 – Nel pomeriggio è previsto l’arrivo del Pontefice a Napoli in piazza Plebiscito, poco dopo le 15.
12:20 – Papa Leone XIV al termine della Supplica lascia piazza Bartolo Longo.
Il testo della Supplica:
La Supplica alla Madonna di Pompei è una preghiera universale che viene recitata due volte l’anno: a mezzogiorno dell’8 maggio e la prima domenica del mese di ottobre. Essa è stata composta dal Beato Bartolo Longo nel 1883, per rispondere all’invito di Papa Leone XIII che con la sua prima enciclica dedicata al Santo Rosario, chiedeva di pregare per i mali della società.
12:00 – Inizia la supplica alla Madonna di Pompei.
11:40 – Un anno di Leone XIV: il Papa che ha scelto la pace come rivoluzione
Nel crepuscolo dell’8 maggio 2025, quando dalla Cappella Sistina si levò il primo filo di fumo bianco, la piazza intuì prima ancora dell’annuncio che la Chiesa stava entrando in una stagione nuova. Poi il nome: Robert Francis Prevost. Infine quelle prime parole — «La pace sia con tutti voi!» — pronunciate con voce ferma e occhi lucidi dalla Loggia delle Benedizioni. A un anno esatto da quel momento, il tratto più evidente del pontificato di Leone XIV appare ormai chiaro: il primo Papa statunitense della storia si è imposto come il Pontefice della conciliazione e della diplomazia, l’uomo che ha riportato il Vaticano al centro delle grandi mediazioni internazionali.
Nato a Chicago, formatosi spiritualmente nelle periferie del Perù e cresciuto nella tradizione agostiniana, Leone XIV ha costruito il suo pontificato attorno a una parola ripetuta quasi ossessivamente sin dal primo discorso: pace. Una pace «disarmata e disarmante», formula destinata a diventare la cifra stessa del suo magistero. Non uno slogan, ma un metodo. Perché il Papa americano non ha scelto il protagonismo delle dichiarazioni incendiarie, bensì la pazienza della diplomazia silenziosa, dei colloqui riservati, dei ponti costruiti lontano dalle telecamere.
In dodici mesi, la Santa Sede è tornata a essere interlocutore credibile nei principali scenari di crisi globale.
Ma Leone XIV non è diventato il Papa della pace soltanto nei conflitti tra Stati. La sua opera di conciliazione si è mossa anche dentro il mondo cristiano, spesso attraversato da divisioni profonde. In questo primo anno il Pontefice ha intensificato il dialogo tra le diverse Chiese cristiane, con il patriarcato ortodosso e con le comunità protestanti, insistendo sulla necessità di «ricucire ciò che la storia e il potere hanno separato». Una linea che richiama la visione di Papa Giovanni XXIII e insieme il pragmatismo pastorale di Papa Francesco, ma con uno stile personale più sobrio, quasi monastico.
La sua forza, del resto, sembra stare proprio qui: nell’assenza di clamore. Leone XIV parla poco, ma ogni parola viene pesata. Evita lo scontro diretto anche quando arriva sotto attacco, come nel caso delle tensioni con Donald Trump, che ha criticato apertamente il Pontefice per le sue posizioni contro l’escalation militare in Medio Oriente. «Io sono un pastore, non un politico», ha replicato il Papa durante un volo apostolico in Africa, rifiutando di trasformare il dissenso in battaglia ideologica.
Ed è forse proprio questa postura ad aver reso Leone XIV una figura ascoltata anche da chi, tradizionalmente, guarda con diffidenza al Vaticano. Lo dimostra la visita in Vaticano del segretario di Stato americano Marco Rubio, che secondo fonti diplomatiche avrebbe chiesto alla Santa Sede di facilitare nuovi canali negoziali con l’Iran e il Medio Oriente. Segno che, nel pieno delle guerre e della frammentazione globale, il Vaticano di Leone XIV viene percepito sempre più come uno dei pochi tavoli neutrali ancora disponibili.
In un mondo che alza muri, Leone XIV continua ostinatamente a cercare tavoli attorno ai quali far sedere i nemici. È questa la sua rivoluzione silenziosa: non il Papa delle contrapposizioni, ma il Papa che prova a tenere insieme. Le Chiese. I popoli. Le diplomazie. Perfino gli avversari.
E forse, dopo un anno di pontificato, è già questa la sua eredità più forte.
11:15 – L’omelia del Santo Padre
“Un anno fa il mio pontificato è iniziato nella giornata della Supplica”. Oltre 20mila fedeli in piazza, forte appello alla pace nel mondo
Dal cuore di Pompei arriva un messaggio che intreccia memoria personale, spiritualità e un forte appello alla pace nel mondo. Davanti a una piazza gremita fin dalle prime ore dell’alba — oltre ventimila fedeli accorsi per salutare il Pontefice — il Papa ha ripercorso un passaggio particolarmente significativo del suo ministero.
«Esattamente un anno fa, quando mi è stato affidato il ministero di Successore di Pietro, era proprio la giornata della Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei», ha ricordato il Pontefice, sottolineando il legame profondo tra l’inizio del suo pontificato e questo luogo mariano.
Un riferimento che non è solo commemorativo, ma che diventa chiave di lettura dell’intero intervento: Pompei come punto di partenza simbolico di un servizio alla Chiesa affidato fin dall’inizio alla protezione della Vergine del Rosario.
Nel contesto di una piazza colma di fedeli — molti arrivati già all’alba per assicurarsi un posto vicino al Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei — il Pontefice ha poi allargato lo sguardo alle ferite del mondo contemporaneo, segnato da conflitti e instabilità internazionale.
«Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono», ha ammonito il Papa, richiamando la necessità di una risposta che non sia soltanto politica o economica, ma anche spirituale e interiore.
Il pensiero è andato alle guerre, in un contesto globale segnato da tensioni crescenti. Da Pompei, luogo simbolo di rinascita dalle rovine, il Papa ha rilanciato un messaggio chiaro: la pace non nasce fuori dall’uomo, ma dentro di lui.
«La pace nasce dentro il cuore», ha affermato con forza.
Un passaggio che sintetizza il senso del suo intervento: solo una trasformazione profonda della coscienza può aprire la strada a una riconciliazione autentica tra i popoli.
Da Pompei, dunque, si è levato un doppio messaggio: la memoria di un inizio di pontificato affidato alla Vergine del Rosario e un appello urgente alla pace in un mondo ancora segnato dalla guerra. Un richiamo che, nella visione del Papa, unisce fede, preghiera e responsabilità globale.
Cari fratelli e sorelle!
“L’anima mia magnifica il Signore”. Queste parole, con cui abbiamo risposto alla prima Lettura, sgorgano dal cuore della Vergine Maria mentre presenta ad Elisabetta il frutto del suo grembo, Cesü, il Salvatore. Dopo di lei canteranno per Cristo Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, e il vecchio Simeone.
Questi tre cantici scandiscono ogni giorno la lode della Chiesa nella Liturgia delle Ore. Sono lo sguardo dell’antico Israele, che vede compiute le sue promesse; sono lo sguardo della Chiesa Sposa, protesa verso il suo Sposo divino; sono implicitamente lo sguardo dell’intera umanità, che trova risposta al suo anelito di
salvezza.
Centocinquant’anni fa, ponendo la prima pietra di questo Santuario, nel luogo in cui l’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo aveva sepolto sotto la cenere i segni di una grande civiltà proteggendoli per secoli, San Bartolo Longo, insieme alla moglie contessa Marianna Farnararo De Fusco, gettava le basi non solo di un tempio, ma di una intera città mariana. Così egli esprimeva la consapevolezza di un disegno di Dio, che San Giovanni Paolo II, parlando in questo luogo di grazia il 7 ottobre 2003, a conclusione dell’Anno del Rosario, rilanciava per il Terzo Millennio, nella prospettiva della nuova evangelizzazione:
«Oggi – egli diceva – come ai tempi dell’antica Pompei, è necessario annunciare Cristo a una società che si va allontanando dai valori cristiani e ne smarrisce persino la memoria».
Esattamente un anno fa, quando mi è stato affidato il ministero di Successore di Pietro, era proprio la giornata della Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei. Dovevo dunque venire qui, a porre il mio servizio sotto la protezione della Vergine Santa. L’aver poi scelto il nome di Leone, mi pone sulle orme di Leone XIII, che ebbe, tra gli altri meriti, anche quello di aver sviluppato un ampio Magistero sul Santo Rosario. A tutto ciò si aggiunge la recente canonizzazione di San Bartolo Longo, apostolo del Rosario.
Questo contesto ci fornisce una chiave per riflettere sulla Parola di Dio appena ascoltata.
Il Vangelo dell’Annunciazione ci introduce al momento in cui il Verbo di Dio si fa carne nel grembo di Maria. Da questo grembo si irradia la Luce che dà il senso pieno alla storia e al mondo. Il saluto che l’angelo Gabriele rivolge alla Vergine è un invito a gioire: «Rallegrati, piena di grazia» (Lc 1,28; cfr Sof 3,14). Sì, l’Ave Maria è un invito alla gioia: dice a Maria, e in lei a tutti noi, che sulle macerie della nostra umanità provata dal peccato e pertanto sempre incline a prevaricazioni, sopraffazioni e guerre, è venuta la carezza di Dio, la carezza della misericordia, che prende in Gesù un volto umano. Maria diventa cosi Madre della misericordia. Discepola della Parola e strumento della sua incarnazione, si rivela davvero la “piena di grazia”. Tutto in lei è grazia! Offrendo al Verbo la propria carne, ella diventa anche, come insegna il Concilio Vaticano II sulla scorta di Sant’Agostino, «madre delle membra (di Cristo) … perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono le membra» (Cost. dogm. Lumen gentium, 53; cfr S. AGOSTINO, De S. Virginitate, 6). Nell “Eccomi” di Maria nasce non soltanto Gesù, ma anche la Chiesa, e Maria diventa insieme Madre di Dio – Theotòkos – e Madre della Chiesa.
Grande mistero! Tutto avviene nella potenza dello Spirito Santo, che adombra Maria e rende fecondo il suo grembo verginale. Questo momento della storia ha una dolcezza e una potenza che attraggono il cuore e lo portano a quell’altezza contemplativa in cui germogia la preghiera del Santo Rosario, Una preghiera che, sorta e sviluppatasi progressivamente nel secondo Millennio, affonda le radici nella storia ella salvezza, e proprio nel Saluto dell’Angelo alla Vergine ha come il suo preludio. “Ave Maria”! La petizione di questa preghiera nel Rosario è come l’eco del saluto di Gabriele, un’eco che attraversa i secoli guida lo sguardo del credente a Gesù, visto con gli occhi e il cuore della Madre. Gesù adorato, contemplato, assimilato in ciascuno dei suoi misteri, affinché con San Paolo possiamo dire: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,19).
Preceduta dalla proclamazione della Parola di Dio, incastonata tra il Padre nostro e il Gloria, l’Ave Maria che si ripete nel Santo Rosario è un atto di amore. Non è forse proprio dell’amore ripetere senza stancarsi: “Ti voglio bene’? Un atto di amore che, sui grani della corona, come ben si vede nel quadro mariano di questo Santuario, ci fa risalire a Gesù, e ci porta all’Eucaristia, «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (Lumen gentium, II). Ne era convinto San Bartolo Longo quando scriveva: «L’ Eucaristia è il Rosario vivente, e tutti i misteri si ritrovano nel santo Sacramento in una forma attiva e vitale» (Il Rosario e la Nuova Pompei, 1914, p. S6). Aveva ragione. Nell’ Eucaristia i misteri della vita di Cristo si ritrovano tutti, per così dire, concentrati nel memoriale del suo sacrificio e nella sua presenza reale. Il Rosario ha una fisionomia mariana, ma un cuore cristologico ed eucaristico (cfr Lett. ap. Rosarium Virginis Mariae, ). Se la Liturgia delle Ore scandisce i tempi della lode della Chiesa, il Rosario scandisce il ritmo della nostra vita riportandola continuamente a Gesù e all’Eucaristia.
Generazioni di credenti sono state plasmate e custodite da questa preghiera, semplice e popolare, e al tempo stesso capace di altezze mistiche e scrigno della più essenziale teologia cristiana. Cosa c’è infatti di più essenziale dei misteri di Cristo, del suo santo Nome, pronunciato con la tenerezza della Vergine Madre? E in questo Nome, e in nessun altro, che noi possiamo essere salvati (cfr At 4,12). Ripetendolo in ogni Ave Maria, facciamo in qualche modo l’esperienza della casa di Nazaret, quasi riascoltando la voce di Maria e di Giuseppe nei lunghi anni in cui Gesù visse con loro. Facciamo anche l’esperienza del Cenacolo, dove gli Apostoli con Maria attesero l’effusione dello Spirito Santo. E quello che ci ha additato la prima Lettura. Come non pensare che, in quel tempo tra l’Ascensione e la Pentecoste, Maria e gli Apostoli facessero a gara nel ricordare i diversi momenti della vita di Gesù? Non doveva sfuggire nessun dettaglio!
Tutto era da ricordare, assimilare, imitare. Nasce così il cammino contemplativo della Chiesa, di cui, a somiglianza dell’Anno liturgico, il Rosario offre la sintesi nella meditazione quotidiana dei santi Misteri.
Giustamente il Rosario è stato considerato un compendio del Vangelo, che San Giovanni Paolo II ha voluto integrare con i Misteri della luce. Anche questa dimensione fu vivissima in San Bartolo Longo, che offri ai pellegrini profonde meditazioni per sottrarre il Santo Rosario alla tentazione di una recita meccanica e assicurargli il respiro biblico, cristologico e contemplativo che lo deve caratterizzare.
Sorelle e fratelli, se il Rosario è “pregato” e, oserei dire, “celebrato” in questo modo, esso è anche, per naturale conseguenza, sorgente di carità. Carità verso Dio, carità verso il prossimo: due facce della stessa medaglia, come ci ricordava la seconda Lettura, tratta dalla prima Lettera di San Giovanni, concludendo con l’esortazione: «Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (IGv
3,18). Perciò San Bartolo Longo è stato apostolo del Rosario e, nello stesso tempo, apostolo della carità. In questa Città mariana egli accolse orfani e figli di carcerati, mostrando la forza rigenerante dell’amore. Qui anche oggi i più piccoli e i più deboli sono accolti e accuditi nelle Opere del Santuario. Il Rosario spinge lo sguardo verso i bisogni del mondo, come la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae sottolineava, proponendo in particolare due intenzioni che rimangono di pressante attualità: la famiglia, che risente dell’indebolimento del legame coniugale, e la pace, messa a repentaglio dalle tensioni internazionali e da un’economia che preferisce il commercio delle armi al rispetto della vita umana.
Quando San Giovanni Paolo II indisse l’Anno del Rosario – l’anno prossimo si compirà un quarto di secolo—, lo volle porre in modo speciale sotto lo sguardo della Vergine di Pompei. I tempi da allora non sono migliorati. Le guerre che ancora si combattono in tante regioni del mondo chiedono un rinnovato impegno non solo economico e politico, ma anche spirituale e religioso. La pace nasce dentro il cuore. Lo stesso Pontefice, nell’ottobre 1986, aveva radunato ad Assisi i leader delle principali religioni, invitando tutti a pregare per la pace. In diverse occasioni anche recenti, sia Papa Francesco che io abbiamo chiesto ai fedeli di tutto il mondo di pregare per questa intenzione. Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono. Da questo Santuario, la cui facciata San Bartolo Longo concepi come un monumento alla pace, oggi eleviamo con fede la nostra Supplica. Gesù ci ha detto che tutto può ottenere la preghiera fatta con fede (cfr Mt 21,22). E San Bartolo Longo, pensando alla fede di Maria,
definisce “onnipotente per grazia”. Per sua intercessione, venga dal Dio della pace un’effusione sovrabbondante di misericordia, che tocchi i cuori, plachi i rancori e gli odi fratricidi, illumini quanti hanno
speciali responsabilità di governo.
Fratelli e sorelle, nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore,
che Gesù, il Signore, ci ha rivelato e donato. Crediamo in Lui, speriamo in Lui, seguiamo Lui!
È iniziata la Santa Messa in piazza Bartolo Longo in quel di Pompei.
È la giornata di Papa Leone XIV in Campania. Il Santo Padre fa tappa a Pompei e nel pomeriggio in piazza Plebiscito a Napoli.












