di Silver Mele
Nel liceo dedicato al giudice Rosario Livatino, martire della giustizia e della fede, una mattinata di testimonianze e umanità ha trasformato il dolore in esempio. Claudio De Vivo e Alessandro Forte hanno raccontato ai ragazzi come si possa rinascere dopo aver perduto tutto. E per qualche ora la scuola è tornata ad essere ciò che dovrebbe sempre essere: un luogo dove si impara a vivere
Il peso di un nome che diventa destino
Ci sono scuole che custodiscono un nome. E poi ce ne sono alcune che quel nome provano ad abitarlo ogni giorno.
Il liceo “Rosario Livatino” di Napoli appartiene a questa seconda categoria. Perché dedicare una scuola a un magistrato assassinato dalla mafia nel 1990, e poi beatificato nel 2021 come “martire della giustizia e indirettamente della fede”, significa assumersi una responsabilità morale prima ancora che educativa.
Rosario Livatino non fu soltanto un giudice coraggioso. Fu un uomo che scelse di non piegarsi. E in fondo tutta la mattinata vissuta nell’aula conferenze dell’istituto ha avuto proprio questo filo conduttore: la capacità umana di rialzarsi quando la vita decide improvvisamente di spezzarti.
Le ferite trasformate in forza
Gli studenti hanno ascoltato in silenzio le storie di Claudio De Vivo e Alessandro Forte. Non semplici atleti paralimpici, ma uomini che hanno dovuto ricostruire sé stessi dalle macerie di un destino cambiato in un attimo.
De Vivo perse una gamba a causa di una manovra incauta di un camion sul posto di lavoro. Un trauma che avrebbe potuto chiudere tutto. Invece da quella ferita nacque una seconda vita: quella dell’atleta capace di diventare campione italiano nel mezzofondo, trasformando il dolore in disciplina e il limite in nuova identità.
Alessandro Forte ha attraversato lo stesso deserto interiore. Anche lui costretto a reinventarsi, prima come uomo e poi come atleta, fino a trovare nel tiro con l’arco una forma di rinascita personale e spirituale. Al suo fianco, quasi come una presenza silenziosa e necessaria, il tecnico Fitarco Pasquale Del Piano, guida discreta di un percorso costruito sulla fiducia reciproca.
Le loro parole non avevano il tono della retorica. Avevano quello della verità. Ed è forse questo che ha colpito di più i ragazzi: la sincerità di chi non racconta una favola motivazionale, ma la fatica concreta di tornare a vivere quando tutto sembra finito.
La scuola che educa davvero
A guidare il seminario con rara sensibilità è stata la dirigente scolastica Maddalena De Masi, capace di trasformare un incontro istituzionale in un momento autentico di confronto umano.
Attorno a lei istituzioni, sport e territorio: dalla direttrice regionale Inail Campania Adele Pomponio all’assessore allo sport Antonio Mastroianni, passando per il presidente della FITRI Campania Simone Vitiello e il direttore sportivo dell’ASD Emmevi Mario Fontana, l’uomi dei grandi eventi di sport a Napoli e in Campania. Ma soprattutto c’erano gli studenti. Centinaia di ragazzi chiamati non soltanto ad ascoltare, ma a interrogarsi.
La proiezione del video “Senza barriere – Antonio Maglio e il sogno delle Paralimpiadi” ha aggiunto profondità emotiva a una mattinata già densissima, mentre l’intervento di Mario Del Verme, coordinatore internazionale di Scholas Occurrentes Sport, ha riportato il discorso al cuore del problema educativo contemporaneo: restituire senso alle relazioni umane attraverso lo sport. Che la felicità, se inseguita con tutte le forze, può restituire ciò che niente altro garantisce.
Lo sport come linguaggio dell’anima
Poi sono arrivate le dimostrazioni pratiche. E lì, improvvisamente, ogni distanza si è annullata.
I ragazzi hanno provato, osservato, partecipato. Hanno scoperto che lo sport paralimpico non è la celebrazione del limite, ma della possibilità. Non racconta ciò che manca, ma ciò che resta. E soprattutto ciò che può ancora nascere.
Per qualche ora il “Livatino” è diventato molto più di una scuola: un luogo in cui la competenza si è intrecciata con la cura, la testimonianza con l’empatia, la formazione con la vita vera.
È passata un’idea semplice e potentissima: ripartire si può. Sempre. Anche quando la vita sembra averti tolto troppo. Anche quando il dolore rischia di diventare identità.
E allora forse il messaggio più grande lasciato da questa giornata non riguarda soltanto lo sport o la disabilità. Riguarda la felicità. Il coraggio di inseguirla senza paura, senza rimpianti, senza vergognarsi della propria fragilità.
La lezione che resta
In un tempo che spesso confonde il successo con l’apparenza, il liceo “Rosario Livatino” ha scelto di riportare al centro l’essenziale: il valore umano delle esperienze, la dignità della fatica, il rispetto, l’educazione, la solidarietà.
Tutte cose che lo sport autentico insegna ancora meglio delle parole.
Ed è stata forse questa la vittoria più bella della giornata: aver ricordato a dei ragazzi che esistono sconfitte capaci di generare uomini migliori.












