di Ferruccio Fiorito
È troppo facile parlare dopo una sconfitta come quella con la Lazio, ma in troppi non aspettavano altro
Ed è, altrettanto, facile puntare il dito contro Antonio Conte dimenticando, forse un po’ troppo in fretta, chi è l’uomo che ci ha riportato sul tetto d’Italia.
Oggi leggo tante analisi ingenerose, ma la realtà è un’altra e va guardata in faccia perché abbiamo una squadra con molti giocatori sopra i trent’anni e chiedere a un atleta di rientrare da un infortunio muscolare e rendere come un ventenne è semplicemente fuori dalla realtà.
Conte non è mai stato lo spettacolo fine a se stesso. Il suo marchio è il risultato. Vincere, competere, lottare e io preferisco un allenatore che sa fare di necessità virtù piuttosto che uno che si perde nei sogni quando mancano i pezzi fondamentali.
La memoria corta è un brutto male. Senza di lui, molto probabilmente, quel tricolore sul petto non lo avremmo e oggi non saremmo lì a giocarci il secondo posto, nonostante un’infermeria che è sembrata un bollettino di guerra.
Sabato allo stadio, però, la scena più triste non è stata il risultato, ma vedere i Distinti e le Tribune svuotarsi all’80° e un plauso va a chi è rimasto e a chi ha cantato fino alla fine per un gruppo di ragazzi che, pur crollando mentalmente nel finale, non ha mai smesso di crederci.
Quegli applausi erano per il loro impegno, non per la prestazione, ed è da lì che dobbiamo ripartire.
Non è bello scendere dal carro, non sono abituato a scappare quando la strada si fa in salita. Conte ha vinto uno scudetto senza Kvara (vendutogli a gennaio!) contro una finalista di Champions. Oggi ci tiene in alto nonostante gli infortuni abbiano colpito persino chi prepara il caffè a bordo campo!
Prendiamoci tutto di un allenatore vincente: le gioie e le scelte di formazione che ci piacciono meno. I conti si fanno alla fine, possibilmente con un biglietto per la Champions in tasca.












