Mattarella al Papa: “L’Italia ripudia la guerra. No alla legge del più forte”

Nel messaggio a Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale della Pace, il Capo dello Stato richiama la Costituzione, il diritto internazionale e l’urgenza di resistere a una deriva che riporta l’umanità verso gli abissi della storia.

Ci sono parole che non nascono per riempire un’agenda istituzionale, ma per segnare un confine. Quelle pronunciate – e soprattutto scritte – dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel messaggio a Papa Leone XIV appartengono a questa categoria. Non sono un rito, né una formula diplomatica: sono una presa di posizione.

In un tempo in cui la guerra torna a essere evocata con leggerezza, normalizzata nel linguaggio e persino giustificata come strumento inevitabile, Mattarella richiama l’Italia alla propria identità costituzionale: il ripudio della guerra non è un’opzione, ma un dovere. E non è solo un principio giuridico. È una scelta morale.

Il cuore del messaggio è tutto lì, in quella frase netta: no alla legge del più forte. Una dichiarazione che suona controcorrente in un mondo che sembra aver archiviato l’idea di un ordine internazionale fondato sul diritto, sostituendola con l’arbitrio, la forza, l’interesse immediato. La pace, oggi, non è più data per acquisita: è diventata una forma di resistenza.

Mattarella coglie il punto più delicato del nostro tempo quando parla di “oscura inerzia”. Non è solo la violenza a spaventare, ma l’assuefazione. L’abitudine alla guerra raccontata in diretta, ai conflitti che si moltiplicano e cambiano forma, agli scenari bellici che entrano nella quotidianità come un rumore di fondo. È lì che la storia rischia di ripetersi, non per distrazione, ma per stanchezza morale.

In questo contesto, il richiamo alla Giornata Mondiale della Pace non è un esercizio simbolico. La pace “disarmata e disarmante” evocata da Papa Leone XIV – e fatta propria dal Capo dello Stato – non è un’utopia ingenua, ma una sfida radicale: smettere di pensare che la sicurezza passi inevitabilmente dalla forza e ricominciare a credere nella giustizia, nella solidarietà, nella responsabilità condivisa.

Non è un caso che Mattarella ricordi Paolo VI e il suo “Mai più la guerra” pronunciato all’ONU sessant’anni fa. Allora il mondo viveva sotto la minaccia nucleare di due blocchi contrapposti. Oggi il pericolo è più frammentato, meno leggibile, ma forse ancora più insidioso: conflitti diffusi, nuovi attori, tecnologie che moltiplicano il danno e riducono la percezione della colpa.

L’editoriale della storia, oggi, si scrive nelle scelte quotidiane dei governi e delle istituzioni, ma anche nella capacità di non cedere alla rassegnazione. “Abbiamo il dovere di resistere”, scrive Mattarella. È una frase che pesa. Perché resistere, in questo tempo, significa difendere il diritto quando sembra debole, la pace quando appare scomoda, la ragione quando il mondo premia la forza.

In fondo, il messaggio del Presidente non parla solo ai grandi della Terra. Parla a una società intera, chiamata a decidere se vuole tornare indietro o avere il coraggio di andare avanti. La pace non è mai stata facile. Ma è sempre stata l’unica strada degna di essere percorsa.