Maturità, ansia e solitudine: quando un esame diventa il giudizio su sé stessi

di Silver Mele

Non è soltanto un esame.

Se fosse soltanto una prova di italiano, una seconda prova scritta e un colloquio orale, probabilmente non assisteremmo a numeri tanto inquietanti. Non vedremmo ragazzi dormire meno, mangiare peggio, aumentare il consumo di caffeina, nicotina, farmaci e persino il tempo trascorso davanti agli schermi. Non leggeremmo che oltre la metà dei maturandi vive livelli di stress elevatissimi e che tre studenti su quattro affrontano questi giorni accompagnati da ansia, sconforto o desiderio di fuga.

La verità è che la Maturità del 2026 racconta molto più della scuola italiana. Racconta una generazione cresciuta nella convinzione di dover essere sempre all’altezza.

I dati dell’indagine realizzata da Skuola.net e dall’Associazione Nazionale Di.Te. fotografano un disagio che va oltre i confini delle aule scolastiche. Il 67% degli studenti individua nella paura di non essere abbastanza preparato la principale fonte di pressione. Ma dietro quella percentuale si nasconde qualcosa di più profondo. Non è il timore di prendere un brutto voto. È la paura di deludere sé stessi.

L’esame diventa così uno specchio deformante. Non misura ciò che si sa, ma ciò che si pensa di valere.

È qui che nasce il cortocircuito.

Per anni abbiamo raccontato ai ragazzi che il successo dipende dall’impegno, dai risultati, dalla capacità di distinguersi. Un messaggio giusto, fino a un certo punto. Perché quando il rendimento diventa l’unico parametro di valutazione, ogni inciampo assume le sembianze di un fallimento personale.

Non sorprende allora che sei studenti su dieci dichiarino di sentirsi soli nei momenti di maggiore difficoltà. La solitudine è spesso la compagna invisibile delle prestazioni. Quando si è convinti che il proprio valore dipenda da un risultato, diventa difficile condividere le proprie fragilità. Mostrare una paura significa ammettere una debolezza. E così si resta soli.

Nel frattempo il corpo presenta il conto.

I ritmi del sonno saltano, il rapporto con il cibo si altera, il consumo di sostanze eccitanti aumenta. Quasi uno studente su due ricorre a più caffeina del solito per restare lucido, mentre cresce anche il ricorso alla nicotina e ad altri strumenti che promettono concentrazione immediata. Perfino lo smartphone, apparentemente rifugio e distrazione, finisce per diventare parte del problema.

Si cerca conforto nello schermo, ma spesso si trova soltanto un nuovo confronto con gli altri, nuove aspettative, nuove pressioni. Una spirale che alimenta l’ansia invece di spegnerla.

Eppure la lezione più importante arriva proprio dalle parole degli psicologi che hanno analizzato il fenomeno.

La vera emergenza non è la paura dell’esame. È la convinzione che quel voto possa definire una persona.

Non è così.

La Maturità resta un passaggio importante, forse il primo grande rito collettivo dell’età adulta. Ma nessun voto potrà raccontare davvero il talento, il carattere, la sensibilità, il coraggio o le potenzialità di un ragazzo. Nessuna commissione può misurare il valore umano di una persona.

Per questo la prova che attende migliaia di studenti nelle prossime ore non dovrebbe essere soltanto scolastica.

La vera maturità consiste forse nello scoprire che si può fallire una verifica senza fallire nella vita. Che si può essere imperfetti senza sentirsi inferiori. Che il proprio valore non aumenta con un cento e non diminuisce con un sessanta.

In un tempo che pretende eccellenza continua, la lezione più rivoluzionaria resta la più semplice: un esame può giudicare una prestazione. Non una persona.