Maurizio Fondriest, il campione che ha smesso di correre contro il tempo: «Pogacar? Ogni epoca ha il suo Merckx»

di Silver Mele

Dal Mondiale conquistato a 23 anni all’incontro con Maradona, dal ciclismo governato dai watt al Napoli di Allegri. Il racconto di un fuoriclasse che ha imparato la lezione più difficile: il tempo non toglie valore ai campioni, gli restituisce la loro vera misura

L’uomo con la maglia iridata

All’inizio sembrava soltanto un’inquadratura.

Una strada che segue il corso del Noce, il verde intenso della Val di Sole, un gruppo di ciclisti che avanza in silenzio, quasi fosse parte del paesaggio. Poi, come accade nelle scene migliori, basta un dettaglio a cambiare tutto: davanti a quel piccolo plotone c’è una maglia iridata.

Non serve avvicinarsi.

Quella pedalata conserva ancora oggi la stessa firma di quasi quarant’anni fa: composta, potente, elegante. È Maurizio Fondriest. Alcuni campioni li riconosci dal volto. Lui lo riconosci dal modo in cui la bicicletta continua a muoversi sotto di lui.

Siamo arrivati in Trentino per raccontare il ritiro del Napoli di Massimiliano Allegri. Ma qui il ciclismo non è un ospite: è una lingua che tutti parlano. Su queste strade sono passati Coppi, Merckx, Pantani, Pogacar. Qui la salita continua a fare ciò che ha sempre fatto: separare il talento dal carattere.

All’ingresso di Cles una grande insegna porta ancora il suo nome. Per anni quel negozio di biciclette è stato la sua seconda casa. Oggi lo ha lasciato ai ragazzi che lavoravano con lui, come si consegna un testimone senza fare rumore.

Lo chiamo. Ci conoscevamo dagli incontri al Giro d’Italia, tra partenze all’alba e arrivi sotto il sole della Campania. Gli propongo di raggiungerci al teatro di Dimaro, davanti ai tifosi del Napoli e alle nostre telecamere.

Qualche sera dopo è lì.

Ed è sufficiente poco per capire una cosa: i grandi campioni non impressionano per quello che hanno vinto. Impressionano per il modo in cui, molti anni dopo, riescono ancora a raccontarlo.


Il Mondiale più pesante della sua carriera

Nel 1988 Maurizio Fondriest ha ventitré anni.

A Ronse, in Belgio, conquista il Campionato del Mondo al termine di una delle volate più celebri della storia del ciclismo italiano. Per molti quella maglia rappresenta il punto più alto di una carriera.

Per lui diventa anche il peso più difficile da portare.

«L’anno successivo vinsi tre corse e arrivai dodici volte secondo. Molti dissero che avevo deluso. In realtà trovai spesso avversari più forti, ma tante volte sbagliai io. Sentivo il bisogno di dimostrare continuamente di meritare quella maglia».

È una confessione che va oltre il ciclismo.

Perché racconta una verità universale: il successo non cambia soltanto lo sguardo degli altri. Cambia soprattutto quello che hai su te stesso.

La maglia iridata pesa molto meno sulle spalle che nella testa.


Bugno, Chiappucci e le rivalità che invecchiano bene

Le grandi rivalità sembrano eterne.

Poi passa il tempo e diventano ricordi da raccontare sorridendo.

Fondriest ricorda ancora il viaggio di ritorno dopo quel Mondiale.

«Noi tornammo insieme in aereo. Gianni Bugno era talmente deluso che preferì rientrare da solo in macchina».

Oggi quella scena appartiene quasi a un’altra vita.

«Con Bugno siamo diventati grandi amici. Ci sentiamo spesso. Anche con Claudio Chiappucci allora non c’era particolare simpatia. Poi finisce la carriera e cambia tutto».

È forse questa una delle lezioni più belle dello sport.

La rivalità appartiene all’agonismo.

L’amicizia appartiene alla maturità.


Quando incontrò Maradona

Appena il discorso si sposta su Napoli, il tono cambia.

Gli occhi anche.

«Ho sempre avuto un rapporto speciale con questa terra. In Campania ho corso gare bellissime».

Poi arriva il ricordo che custodisce ancora nel telefono.

«Alla Tirreno-Adriatico del 1989, a Bacoli, incontrai Diego Armando Maradona insieme a Giuseppe Saronni. Ho ancora quella fotografia. Diego era semplicissimo: una maglietta, un pantalone della tuta, nessun bisogno di dimostrare chi fosse».

Sorride.

«Per me resta uno dei personaggi sportivi più grandi della storia. Alla finale del Mondiale tifavo Argentina anche pensando a lui».

Alcuni incontri durano pochi minuti.

Poi restano per tutta la vita.


Allegri, il Napoli e il problema dello sport italiano

Il calcio entra naturalmente nella conversazione.

Fondriest osserva il Napoli di Allegri con la stessa lucidità con cui analizza il ciclismo italiano.

Sa che ogni grande squadra, come ogni grande corridore, attraversa cicli.

«Il talento continua a nascere. Quello che manca è il sistema per farlo crescere».

Il ragionamento parte dalle due ruote e finisce inevitabilmente sul pallone.

«Servono investimenti, spazio per i giovani, più coraggio. Basta guardare quanti italiani giocano davvero da protagonisti nelle grandi squadre di Serie A. Se diminuiscono quelli, inevitabilmente anche la Nazionale perde identità».

Non cerca colpevoli.

Cerca cause.

Ed è una differenza sostanziale.


La rivoluzione dei watt, la costante della fatica

Il ciclismo è cambiato radicalmente.

Le biciclette pesano meno.

L’aerodinamica governa ogni dettaglio.

Ogni allenamento viene programmato attraverso dati, watt, alimentazione e recupero.

«Oggi non puoi più improvvisare. Una volta potevi anche allenarti seguendo le sensazioni. Adesso tutto è controllato. I dati hanno cambiato questo sport».

Le velocità aumentano.

Le carriere si allungano.

La preparazione scientifica moltiplica il rendimento.

Eppure una cosa resiste.

«La fatica».

Lo dice con una semplicità quasi disarmante.

Perché il ciclismo, nonostante tutta la tecnologia, continua a parlare la stessa lingua di sempre.


Pogacar, Merckx e la tentazione dei paragoni

La domanda finale arriva inevitabile.

Pogacar.

Merckx.

Chi è il più grande?

Fondriest non cade nella trappola.

«Non bisogna vivere di confronti. Ogni epoca ha avuto il proprio campione. Merckx è stato irripetibile nel suo tempo. Pogacar lo è oggi. Verranno altri fenomeni, altri record, altre imprese».

La sua risposta rifiuta la classifica permanente dello sport.

Perché la storia non è un duello tra generazioni.

Somiglia molto di più a una staffetta.

Ogni fuoriclasse riceve un testimone.

Lo porta più lontano possibile.

Poi lo consegna a chi verrà dopo.


Il campione che oggi corre per gli altri

Oggi Fondriest sostiene il progetto del futuro Museo della Bicicletta e del Ciclismo che il Trentino sogna in vista dei Mondiali del 2031.

Ma soprattutto presta il proprio nome a una battaglia molto più importante delle vittorie.

La sicurezza stradale.

«Stiamo perdendo troppi ragazzi. Non possiamo continuare ad accettarlo».

Il pensiero corre inevitabilmente a Sara Piffer, Matteo Lorenzi, Adele Cobelli e a tutti quei giovani ciclisti che non sono più rientrati da un allenamento.

È il momento in cui il campione scompare.

Resta soltanto l’uomo.

Ed è proprio lì che diventa ancora più grande.


L’ultima inquadratura

Quando ci salutiamo, Maurizio Fondriest risale idealmente sulla bicicletta.

Non c’è un traguardo da conquistare.

Non c’è una classifica da difendere.

Solo una strada che torna a piegarsi tra i meleti della Val di Sole.

Lo guardi allontanarsi e capisci che il tempo, con certi campioni, non cancella nulla.

Fa soltanto quello che fanno le grandi salite: elimina il rumore, lascia soltanto l’essenziale.

Le vittorie restano negli almanacchi.

Lo stile, invece, continua a pedalare.