L’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee definisce “terrorismo” l’assedio dei coloni contro le abitazioni palestinesi. Intanto la guerra tra Stati Uniti e Iran continua a pesare sul traffico nello Stretto di Hormuz e due fuoriuscite di greggio fanno scattare l’allarme ambientale nel Golfo
Il conflitto mediorientale continua a produrre effetti che ormai vanno ben oltre il campo di battaglia. La violenza torna a infiammare la Cisgiordania, mentre nel Golfo Persico cresce una nuova emergenza legata al petrolio.
A denunciare con parole insolitamente dure gli ultimi episodi nei territori palestinesi è Mike Huckabee, ambasciatore degli Stati Uniti in Israele. Commentando l’assedio di abitazioni palestinesi da parte di coloni israeliani, Huckabee ha parlato apertamente di “terrorismo”, condannando senza attenuanti le violenze.
«Le azioni di coloro che hanno compiuto questo orribile atto di terrorismo, volto a intimidire e molestare questa famiglia, sono ripugnanti. Non ci sono scuse per un comportamento così violento», ha scritto l’ambasciatore.
Una presa di posizione particolarmente significativa perché arriva da un rappresentante dell’amministrazione americana e riguarda una delle questioni più sensibili del conflitto: la crescente violenza dei coloni israeliani nei confronti della popolazione palestinese in Cisgiordania.
L’allarme si sposta sul mare
Mentre la situazione resta tesa sul terreno, un’altra emergenza si apre nel Golfo.
Il blocco dello Stretto di Hormuz, legato alla guerra tra Stati Uniti e Iran, continua infatti a provocare pesanti ripercussioni sul commercio energetico internazionale. L’Agenzia internazionale dell’energia ha lanciato l’allarme sulle scorte globali di greggio, che stanno diminuendo rapidamente mentre il passaggio strategico resta fortemente limitato.
Hormuz rappresenta uno dei principali snodi mondiali per il trasporto del petrolio. Qualsiasi interruzione prolungata delle rotte rischia quindi di produrre conseguenze sui mercati energetici e sull’economia globale.
Ma adesso alla crisi energetica si aggiunge quella ambientale.
Due fuoriuscite di petrolio preoccupano Iran e Oman
Gli occhi sono puntati sulle acque del Golfo dopo la segnalazione di due importanti fuoriuscite di greggio da navi cisterna, nelle vicinanze delle coste di Iran e Oman.
Il rischio è che l’emergenza ambientale possa aggravare ulteriormente una situazione già resa estremamente fragile dal conflitto e dalla riduzione dei traffici attraverso Hormuz.
Teheran ha chiesto un intervento internazionale.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha sottolineato che «le parti che traggono beneficio dal traffico commerciale hanno un obbligo legale e morale di contribuire al risanamento dei danni ambientali nella regione».
Una richiesta che si inserisce in uno scenario nel quale la sicurezza delle rotte commerciali, la disponibilità di petrolio e la tutela dell’ambiente sono ormai diventate questioni strettamente intrecciate.
Un’altra crisi dentro la crisi
La fotografia del Medio Oriente, dunque, si complica ulteriormente.
Da una parte la violenza in Cisgiordania, con l’accusa senza precedenti di “terrorismo” pronunciata dall’ambasciatore americano contro le azioni dei coloni.
Dall’altra il Golfo, dove la guerra sta trasformando una crisi geopolitica in una possibile emergenza energetica e ambientale.
La guerra non si misura più soltanto nelle esplosioni e nelle vittime. Si misura anche nelle navi che non riescono a passare, nei barili di petrolio che non arrivano a destinazione e nelle acque contaminate da greggio.
E mentre la diplomazia cerca ancora una via d’uscita, il conto della guerra continua ad allargarsi.











