Napoli è la città delle mille chiese, ma spesso queste ultime vengono dimenticate. La dimostrazione più recente è la Cappella “Mater Dolorosissima” di via Filippo Palizzi, al Vomero. I lavori di demolizione sono già iniziati: al suo posto sorgeranno un garage, appartamenti e una terrazza, in un progetto privato. La scomparsa di questa storica chiesa lascia un vuoto nei residenti, che ricordano ancora le celebrazioni della santa messa e il ruolo della cappella come luogo iconico del quartiere. I comitati civici e alcuni abitanti hanno chiesto chiarimenti all’Ufficio Edilizia del Culto dell’Arcidiocesi di Napoli, chiedendosi se non fosse stato possibile destinare la cappella ad un uso alternativo, magari culturale o comunitario, in un quartiere come il Vomero dove i luoghi di ritrovo pubblico scarseggiano. Ma il caso della Mater Dolorosissima è solo la punta dell’iceberg. Nel centro storico di Napoli, circa 300 chiese sono chiuse da decenni: alcune danneggiate dal terremoto dell’80, altre abbandonate senza che si conosca il proprietario, molte senza destinazione chiara. Non si tratta di piccole cappelle, ma spesso di autentiche basiliche: Sant’Agostino alla Zecca, San Diego all’Ospedaletto, l’Incoronata, San Giorgio dei Genovesi, Santa Maria della Sapienza e molte altre. Edifici ricchi di tesori artistici, lasciati all’incuria, spesso vittime di traffici illeciti o semplicemente degradati dal tempo. Nei mesi scorsi, il procuratore capo, Nicola Gratteri, ha lanciato un allarme severo: «Napoli è un tesoro – ha detto – e la criminalità organizzata lo sa bene. Immaginate la facilità con cui possono entrare in queste chiese abbandonate a rubare o occupare». Secondo il magistrato, il rischio è duplice: saccheggio dei beni artistici e infiltrazioni mafiose. Gratteri sollecita una sensibilità costante da parte delle istituzioni: mappare gli edifici, monitorarli e affidarli a soggetti capaci di valorizzarli, come parrocchie, associazioni culturali o enti del terzo settore. Perché queste chiese non sono solo edifici: sono contenitori di memoria collettiva e senza una strategia di tutela rischiano di scomparire per sempre.
Napoli e le mille chiese “dimenticate”












