di Alessandra Martino
Un milione di presenze tra Natale e Santo Stefano, oltre 20 milioni di visitatori nel 2025, un milione e mezzo di turisti al mese. I numeri diffusi dal Comune di Napoli raccontano una città travolta da un’onda turistica senza precedenti, una macchina che viaggia a pieno regime 365 giorni l’anno. Ma c’è un dettaglio che stona, e non poco: quei numeri, sul campo, non tornano.
A dirlo non sono analisti o osservatori indipendenti, ma chi il turismo lo vive ogni giorno: albergatori e gestori di B&B e case vacanza, che in queste settimane non registrano affatto il tutto esaurito descritto dalle statistiche comunali. Le camere libere ci sono, le prenotazioni non esplodono e, soprattutto, non si vede traccia di quella pressione sulle strutture ricettive che dovrebbe accompagnare cifre così elevate.
Il punto è semplice: Napoli non ha la capienza ricettiva per ospitare i numeri che vengono annunciati. Anche ipotizzando tassi di occupazione altissimi, la somma di hotel, affittacamere ed extralberghiero non basterebbe a garantire un milione di presenze in pochi giorni. I conti non tornano.
È qui che si annida l’equivoco di fondo: si continua a chiamare “turismo” ciò che turismo non è. Molti di quei flussi, più che visitatori pernottanti, sembrano essere i classici “mordi e fuggi”: pendolari dalla provincia, comitive giornaliere, crocieristi che scendono per poche ore e risalgono a bordo nel pomeriggio. Presenze che gonfiano le statistiche ma che non generano pernottamenti, non riempiono le strutture e non producono un reale indotto stabile.
Il risultato è una città affollata, congestionata, spesso al limite della vivibilità, senza però il ritorno economico che numeri di quel tipo dovrebbero garantire. Un paradosso che alimenta la sensazione di overtourism senza i benefici dell’overtourism.
Nessuno mette in dubbio che Napoli sia diventata una meta attrattiva, né che il turismo rappresenti una risorsa fondamentale. Ma confondere i visitatori con i turisti rischia di falsare il quadro, di nascondere le criticità e di impedire una programmazione seria. Perché se il boom esiste solo nei comunicati, mentre nelle strutture restano letti vuoti, allora il problema non è la quantità, ma la qualità dei dati.
E forse la domanda da porsi non è quante persone attraversano Napoli, ma quante davvero restano. E, soprattutto, quante la città è realmente in grado di accogliere.












