Napoli si è fermata in silenzio, stretta nella Chiesa degli Artisti di piazza Trieste e Trento, per salutare Riccardo Siano, il fotoreporter di Repubblica scomparso a 61 anni dopo una lunga malattia. Un addio che ha avuto il peso delle immagini che lui stesso ha costruito per una vita: dense, immediate, impossibili da ignorare.
Dentro la chiesa gremita, colleghi, amici, giornalisti e istituzioni si sono raccolti attorno alla moglie Rosita, al figlio Mariano, al fratello Sergio — anche lui fotoreporter — e alle sorelle Paola e Daniela. Accanto a loro, il sindaco Gaetano Manfredi, il governatore Roberto Fico e gli ex primi cittadini Antonio Bassolino e Luigi de Magistris, a testimoniare quanto il suo sguardo sulla città fosse diventato patrimonio collettivo.
A colpire la platea è stato il messaggio del cardinale Domenico Battaglia: “C’è chi racconta con le parole. C’è chi racconta con la luce. Riccardo Siano apparteneva ai secondi”. Una definizione che ha restituito in poche righe l’essenza di un mestiere vissuto come scelta totale: “stare dentro la realtà, non guardarla da fuori, non sottrarsi a ciò che fa male e a ciò che stupisce”.
Siano era questo: presenza costante sul campo, curiosità mai spenta, capacità di anticipare i tempi senza perdere contatto con la strada. Non a caso, tra i primi a Napoli a sperimentare l’uso dei droni nel fotogiornalismo, aveva aperto nuove prospettive allo sguardo sulla città, trasformando l’alto in un nuovo punto di osservazione del reale.
Il suo percorso attraversa decenni di giornalismo napoletano: dagli esordi con Foto Sud accanto al padre Mario, alla Rotopress, al Giornale di Napoli, fino alla lunga stagione nella redazione di Repubblica, dove era diventato un riferimento per colleghi e giovani reporter.
Nel 2015 aveva pubblicato “Napoli vista dai gabbiani. La città, se volassimo”, un libro che già nel titolo raccontava il suo modo di guardare il mondo: sollevare lo sguardo per capire meglio la terra.











