Pentathlon, quarant’anni di tennis e di idee: il club che ha costruito una cultura sportiva prima ancora dei campioni

di Silver Mele

Quarant’anni sono abbastanza per capire se un circolo abbia semplicemente organizzato tornei oppure abbia costruito una cultura sportiva

Il Tennis Club Pentathlon appartiene alla seconda categoria.

Perché la sua storia non si misura soltanto nelle coppe conquistate, nei campionati disputati o nei nomi che hanno calcato i suoi campi in terra battuta. Si misura soprattutto nella capacità, sempre più rara nello sport contemporaneo, di aver trasformato il tennis in un luogo di formazione, di appartenenza e di crescita umana. Un’idea nata quarant’anni fa dall’intuizione di Antonio Saviano, quando Frattamaggiore aveva bisogno di uno spazio che raccogliesse la passione di una città intera e la trasformasse in progetto.

Oggi, guardando il Pentathlon, si comprende come il tempo possa essere il miglior giudice. Perché i club, come le persone, vengono definiti dalla loro capacità di attraversare le epoche senza perdere la propria identità. Le strutture cambiano, gli allenatori si alternano, arrivano nuove generazioni, mutano perfino il tennis e il modo di interpretarlo. Ma ci sono valori che, se custoditi con coerenza, finiscono per diventare patrimonio condiviso.

Dalla terra battuta nasceva una scuola

Ci fu un periodo in cui il Pentathlon era riconosciuto in tutta la Campania soprattutto per la qualità del suo settore tecnico. Non era una fama costruita sui proclami, ma sul lavoro quotidiano.

Sotto la guida del maestro Antonio Lucioli, il circolo divenne una vera scuola di tennis. Ogni allenamento seguiva un metodo, ogni ragazzo cresceva dentro un percorso tecnico e umano preciso, ogni talento veniva accompagnato senza la fretta di dover dimostrare tutto e subito.

Da quei campi passarono giovani destinati a scrivere pagine importanti del tennis regionale e nazionale.

Tra loro Virginia Di Caterina, arrivata ai vertici del tennis italiano giovanile e della serie cadetta fino a ricoprire oggi un ruolo nel Consiglio Federale della FITP guidato da Angelo Binaghi. Una traiettoria che racconta quanto certe scuole continuino a produrre valore anche molto tempo dopo.

Perché i migliori maestri non lasciano soltanto giocatori migliori. Lasciano una cultura.

Il sogno sfiorato che ancora emoziona

Durante la serata celebrativa, uno dei momenti più intensi è stato il ritorno proprio di Antonio Lucioli.

Con lui sono riemersi i ricordi di quella stagione straordinaria del 1989, quando una squadra Under 12 costruita quasi interamente in casa arrivò a un passo da uno storico scudetto nazionale.

Scendevano in campo Angelo Morra, Umberto Falanga, Virginia Di Caterina, Pasquale Nella e Salvatore Di Caterina. A prepararli atleticamente c’era già allora Salvatore Varracchio, presenza silenziosa ma imprescindibile della storia del club.

Il titolo sfumò soltanto al doppio decisivo contro il più quotato Circolo Italia di Forte dei Marmi.

A distanza di quasi quarant’anni quel risultato continua ad avere un significato particolare.

Non per ciò che mancò.

Ma per ciò che dimostrò.

Che anche da Frattamaggiore si poteva costruire un modello tecnico capace di competere con le realtà più prestigiose del tennis italiano.

Il presente costruito sulla continuità

Ogni club che dura così a lungo deve affrontare una sfida difficile: cambiare senza tradire sé stesso.

Dal 2021 questa responsabilità è passata nelle mani del maestro Carlo Di Nola, che ha scelto una strada precisa. Nessuna rivoluzione, nessuna ricerca dell’effetto immediato. Piuttosto un lavoro quotidiano sulle fondamenta.

Prima il metodo.

Poi i risultati.

Il Pentathlon ha continuato a crescere, rinnovando gli spazi, migliorando i servizi, rendendo il circolo sempre più moderno e accogliente. Ma il cambiamento più importante non è quello che si vede entrando dal cancello.

È quello che accade ogni pomeriggio in campo.

Nel modo di insegnare.

Nel rispetto dei tempi di crescita.

Nell’idea che un ragazzo non debba essere trasformato in un piccolo professionista, ma accompagnato lungo un percorso sportivo equilibrato.

Una filosofia che Di Nola porta avanti anche fuori dal circolo, nel ruolo di capitano della rappresentativa provinciale Under di Napoli insieme a Giovanni Lucioli, protagonista di un percorso che porterà la squadra a contendersi lo scudetto nazionale di categoria.

Segno che il lavoro svolto al Pentathlon continua a produrre competenze riconosciute ben oltre i confini del club.

Le persone che diventano memoria

Ogni società sportiva custodisce figure che finiscono per identificarsi con il luogo stesso.

Al Pentathlon una di queste è senza dubbio Salvatore Varracchio.

Preparatore atletico di ieri e di oggi, presenza costante attraverso le generazioni, rappresenta quella continuità silenziosa che raramente finisce nelle fotografie ma che rende possibile ogni progetto duraturo.

Ha visto crescere bambini diventati adulti.

Ha accompagnato ragazzi che oggi portano i propri figli sullo stesso campo.

Ha insegnato che la preparazione atletica non è soltanto forza o resistenza, ma educazione alla fatica, disciplina, rispetto del lavoro.

Sono figure come la sua che spiegano perché alcuni club non invecchino mai davvero.

Una festa che guarda avanti

La celebrazione dei quarant’anni non è stata soltanto un esercizio di nostalgia.

Accanto ai protagonisti del passato c’erano soprattutto loro: i bambini.

Quelli che correvano sui campi con la stessa leggerezza con cui, decenni prima, avevano iniziato i loro allenamenti tanti ragazzi diventati poi maestri, dirigenti o semplicemente appassionati destinati a non lasciare mai il circolo.

È forse questa l’immagine più autentica della serata.

Non il ricordo di ciò che è stato.

Ma la fiducia in ciò che potrà essere.

Perché il Pentathlon continua a credere che il tennis non debba creare soltanto vincitori.

Debba soprattutto formare persone.

Senza l’ossessione del risultato immediato.

Senza il peso di dover arrivare a ogni costo.

Con la convinzione che i valori precedano sempre le classifiche.

È una visione che oggi, nell’epoca della prestazione esasperata e dei successi da inseguire fin dall’infanzia, assume un significato ancora più profondo.

Quarant’anni dopo, il lascito più importante del Tennis Club Pentathlon non è racchiuso in una bacheca di trofei.

È nelle persone che continuano a riconoscersi in quella stessa idea di sport immaginata da Antonio Saviano.

Perché le società possono nascere in un giorno. Le comunità, invece, hanno bisogno di una vita intera. E il Pentathlon, dopo quarant’anni, continua a dimostrare di essere molto più di un circolo di tennis. È un luogo dove la memoria non è mai nostalgia, ma il punto di partenza per costruire il futuro.