di Silver Mele
La seconda tappa in Bulgaria cambia già il volto della corsa rosa: Sevilla domina la fuga e i GPM, il maltempo provoca una maxi-caduta e costringe alla neutralizzazione, Bernal guadagna secondi preziosi. Poi il danese rompe gli indugi sulla salita finale, Pellizzari risponde presente e Guillermo Silva completa il caos conquistando tappa e maglia rosa
Sevilla detta il ritmo del Giro
Per oltre metà giornata il Giro d’Italia parla spagnolo. Diego Pablo Sevilla riparte da dove aveva lasciato: fuga immediata, strada aperta e controllo totale della montagna. Stavolta accanto a lui c’è Mirco Maestri e il Team Polti VisitMalta costruisce una lunga azione destinata soprattutto a blindare la maglia azzurra.
Il gruppo concede spazio ma senza mai perdere davvero il controllo. I cinque minuti di vantaggio oscillano come una tregua calcolata, mentre davanti Sevilla si prende tutto: sprint intermedi, GPM, ritmo e scena. L’ultimo a dominare così la classifica degli scalatori nelle prime tappe del Giro era stato Giulio Ciccone nel 2019.
Dietro, invece, le squadre dei big aspettano. Perché tutti sanno che la vera corsa inizierà più tardi.
La pioggia cambia tutto
La tappa svolta quando arrivano le nuvole sulle valli bulgare. Prima qualche goccia, poi pioggia continua, asfalto viscido e velocità che si abbassa sensibilmente. Il gruppo smette di correre in controllo e inizia a correre con prudenza.
Sevilla e Maestri rallentano, il margine si assottiglia e il plotone torna compatto a meno di trenta chilometri dall’arrivo. È il preludio al caos.
La maxi-caduta sul bagnato travolge uomini importanti: Adam Yates, Buitrago, Gee, Morgado, Cavagna e altri restano coinvolti in una giornata che improvvisamente cambia tono. Moschetti, già fermato in mattinata dai postumi della caduta del giorno prima, è il primo ritiro pesante di un Giro che dopo appena due tappe presenta già il conto.
Le ambulanze impegnate nei soccorsi obbligano la direzione corsa alla neutralizzazione temporanea. Il Giro si ferma. E quando riparte, non è più la stessa corsa.
Bernal fiuta il momento, Vingegaard manda il primo segnale
Appena si rialza la bandiera verde, il ritmo cambia di colpo. Egan Bernal è il primo a capire che la tappa può lasciare tracce vere anche in classifica generale: si prende i sei secondi del Red Bull KM con la rapidità di chi vuole restare dentro ogni dettaglio del Giro.
Poi arriva Jonas Vingegaard.
Sulla salita del Monastero di Lyaskovets il danese sale davanti e forza l’andatura. Non è ancora un attacco totale, ma è abbastanza per cambiare l’atmosfera della corsa. Per la prima volta in questo Giro un uomo di classifica decide di scoprirsi davvero.
A rispondere presente c’è Giulio Pellizzari. L’azzurro resta dentro l’azione insieme a Vingegaard e Van Eetvelt, senza scomporsi e senza perdere lucidità. È un segnale importante, forse il più interessante della giornata italiana.
Dietro, invece, Adam Yates sprofonda lontano dai migliori dopo la caduta. Per la UAE arriva già un passaggio delicato.
Il finale impazzito e la storia di Silva
Negli ultimi chilometri succede ancora tutto. Christen rientra sui battistrada, il gruppo si riavvicina, gli uomini davanti esitano troppo e la corsa si ricompatta proprio quando sembra finita.
L’Astana legge meglio di tutti il caos.
Scaroni prova ad anticipare, Ciccone cerca spazio, ma nella volata confusa emerge Guillermo Silva. Secco nell’accelerazione, freddo nella scelta del tempo. Una vittoria costruita più sull’istinto che sulla forza dominante.
Eppure basta per entrare nella storia: Silva diventa il primo uruguaiano a vincere una tappa al Giro d’Italia e il primo a indossare la maglia rosa.
Dopo appena due giorni, il Giro ha già smesso di nascondersi.












