Pogacar oltre Pantani, oltre il Tour: sull’Alpe d’Huez nasce la leggenda di un campione destinato all’eternità

di Silver Mele

Lo sloveno firma la quinta vittoria in questa Grande Boucle, demolisce la concorrenza e riscrive anche il record della salita simbolo del ciclismo. Evenepoel sprofonda a oltre sette minuti: ormai resta aperta soltanto la corsa al secondo posto

L’Alpe d’Huez non è una salita come tutte le altre. È il luogo dove il ciclismo misura i propri giganti. Qui hanno scritto pagine immortali Fausto Coppi, Federico Bahamontes, Bernard Hinault, Marco Pantani. Qui ogni successo pesa più di un successo qualunque, perché entra immediatamente nella memoria collettiva di questo sport.

Da oggi, su quella parete di storia, c’è inciso anche il nome di Tadej Pogacar.

Il campione sloveno conquista la diciannovesima tappa del Tour de France 2026 con una dimostrazione di superiorità quasi disarmante, centra il quinto successo personale in questa edizione della Grande Boucle e aggiunge un dettaglio destinato a far discutere: migliora anche il record di scalata dell’Alpe d’Huez appartenuto per quasi trent’anni a Marco Pantani.

Non è soltanto una vittoria.

È un’altra dichiarazione di dominio.

Quando il Tour diventa un monologo

Il Tour, da giorni, non racconta più una lotta per la maglia gialla.

Racconta la grandezza di un uomo.

La tappa da Gap all’Alpe d’Huez sembrava costruita per la fuga. Davanti si erano mossi corridori di enorme spessore come Richard Carapaz, Lenny Martinez, Sepp Kuss, Adam Yates e Davide Piganzoli. Un gruppo numeroso, organizzato, arrivato a sfiorare i cinque minuti di vantaggio.

Dietro, la UAE controllava senza mai dare l’impressione di rincorrere davvero.

Perché Pogacar aveva già deciso quando sarebbe iniziata la corsa.

L’attacco arriva ai piedi dell’ultima salita. Nessuno scatto teatrale, nessun gesto plateale. Soltanto un aumento progressivo della velocità, quella progressione apparentemente naturale che ormai è diventata il suo marchio di fabbrica.

Uno dopo l’altro i rivali spariscono.

Remco Evenepoel è il primo ad alzare bandiera bianca. Isaac Del Toro prova a limitare i danni. Juan Ayuso si stacca ancora prima.

Davanti, intanto, la fuga viene divorata.

Prima Sepp Kuss.

Poi Richard Carapaz.

Infine Lenny Martinez.

A novecento metri dal traguardo Pogacar apre definitivamente il gas e trasforma l’Alpe d’Huez nella sua passerella personale.

Il pubblico assiste.

Gli avversari possono soltanto inseguire.

Oltre Pantani

Esistono record che hanno un valore puramente statistico.

E poi ce ne sono altri che appartengono al patrimonio emotivo del ciclismo.

Quello di Marco Pantani sull’Alpe d’Huez era uno di questi.

Per anni è stato il simbolo di un’epoca irripetibile, di un modo quasi romantico di interpretare la montagna.

Pogacar oggi non cancella il ricordo del Pirata.

Lo affianca.

Perché migliorare quel tempo significa entrare in una dimensione diversa, quella riservata ai campioni destinati a essere ricordati anche quando avranno smesso di correre.

Le epoche cambiano.

I miti, invece, si sommano.

La classifica ormai non racconta più nulla

La vittoria di tappa vale quasi quanto un colpo definitivo sul Tour.

Evenepoel perde altri 2’29” e ora accusa 7’11” di ritardo nella classifica generale.

Isaac Del Toro resta terzo a 9’42”, Paul Seixas segue a soli 24 secondi dal podio.

Ma la sensazione è chiara.

La corsa per la maglia gialla è finita.

Da qui a Parigi resta soltanto da stabilire chi accompagnerà Pogacar sul podio.

La grandezza di Pogacar va oltre i numeri

Cinque vittorie di tappa.

Una maglia gialla mai realmente in discussione.

Il record dell’Alpe d’Huez.

Basterebbe questo per spiegare la portata della sua impresa.

Eppure i numeri, paradossalmente, non bastano più.

Perché la sensazione che lascia Pogacar è la stessa che il ciclismo ha provato pochissime volte nella sua storia: quella di assistere a qualcosa che trascende il risultato.

Ogni generazione ha avuto il proprio riferimento.

Merckx dominava ogni terreno possibile.

Hinault correva con l’arroganza dei fuoriclasse assoluti.

Indurain vinceva con una regolarità quasi scientifica.

Armstrong, al netto di tutto ciò che la storia avrebbe poi raccontato, sembrava imbattibile.

Poi sono arrivati Contador, Froome e l’epopea recente.

Oggi, però, il ciclismo sembra vivere qualcosa di diverso.

Pogacar non si limita a vincere. Attacca quando potrebbe gestire. Cerca la tappa quando ha già la corsa in tasca. Trasforma ogni salita in uno spettacolo e ogni giornata in un’occasione per allargare ancora il confine del possibile.

È questo che distingue un fuoriclasse da un campione epocale.

Non il numero delle vittorie.

Ma la capacità di cambiare il modo in cui il proprio sport viene raccontato.

E guardando l’Alpe d’Huez piegarsi ancora una volta alla sua legge, viene quasi naturale chiedersi se il Tour 2026 non sia soltanto l’ennesima vittoria di Tadej Pogacar.

Forse è qualcosa di più.

Forse è il Tour in cui il ciclismo ha definitivamente preso coscienza di essere entrato, ancora una volta, nell’era di un gigante.