Pompei torna a respirare teatro. E lo fa con la voce più potente che esista: quella dei giovani.
Alla sua quinta edizione, “Sogno di Volare” non è più soltanto un progetto. È diventato un festival. Un salto di qualità netto, quasi inevitabile, per un’iniziativa che ha smesso da tempo di essere solo didattica per trasformarsi in esperienza identitaria, civile profondamente viva.
Sullo sfondo, il Parco archeologico di Pompei: non semplice cornice, ma organismo pulsante che continua a dialogare con il presente.
E come ogni vero salto in avanti, porta con sé una novità: la danza.
Ma il centro gravitazionale restano loro, i ragazzi. Più di cento, numero record, pronti a calcare il Teatro Grande dopo mesi di prove, errori, scoperte. Non attori in erba, ma partecipanti attivi di un processo creativo che li ha messi dentro il testo, dentro sé stessi.
Il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel non ha dubbi: «Il festival ha un valore quasi sacro». E la parola non è casuale. Perché qui si celebrano tre elementi che raramente riescono a convivere con questa forza: il teatro classico, l’eredità archeologica e le nuove generazioni. Un passaggio di testimone che non ha nulla di retorico.












