Pompei: scoperta l’alimentazione degli schiavi per tenerli “in salute”

di Oscar De Simone 

Instrumentum vocalis ed instrumentum semivocalis. Questa era la differenza tra un animale ed uno schiavo romano impiegato in una villa o in una casa: uno strumento parla e l’altro no. Particolare agghiacciante ma che ci descrive la particolare condizione schiavile della Roma antica e quindi anche di Pompei. Nel corso degli scavi della villa di Civita Giuliana, accanto al sito archeologico, viene fuori cosa mangiavano questi schiavi e, rispetto a quanto detto sino a questo momento, pare che la loro alimentazione, per tenerli in salute, fosse addirittura migliore di quella di alcuni uomini liberi. Come pubblicato sull’E-Journal degli Scavi di Pompei in uno degli ambienti al primo piano del quartiere servile della grande villa sono state trovate anfore con fave, di cui una semivuota, nonché un grande cesto con frutta (pere, mele o sorbe). In assenza di integratori artificiali erano la migliore alternativa naturale per tenere in forza uomini, donne e bambini ridotti in schiavitù. Nel caso in questione, erano all’interno di celle di 16 mq, ciascuna delle quali poteva contenere sino a 3 letti. Erano, come detto, strumenti di produzione e valevano parecchi sesterzi. Per questo il padrone voleva tenerli in salute con tanto di dieta basata sul grano, con alimenti ricchi di vitamine, come le pere o le mele, e proteine, come le fave. Gli alimenti erano conservati al primo piano dell’abitazione e questo, forse, anche per proteggerli dai roditori ma è probabile che questo servisse anche al proprietario per un accurato razionamento rispetto al sesso ed alla salute dello schiavo. Gli ambienti indagati al piano terra hanno restituito il calco dell’anta di una porta mentre, un secondo calco, sembra rientrare nella sfera degli attrezzi agricoli, forse un aratro a spalla o una stegola che serve per guidarlo