Il 14 agosto 2018 morirono 43 persone, sei erano campane. Oggi si chiude uno dei processi più grandi della storia giudiziaria italiana: 57 imputati, 284 udienze e quasi 400 anni di carcere chiesti dall’accusa
Otto anni dopo, il dolore cerca una risposta
Ci sono tragedie che non appartengono soltanto a una città, ma diventano ferite collettive. Il crollo del ponte Morandi è una di queste.
Quasi otto anni dopo quel 14 agosto 2018, quando alle 11.36 il viadotto sull’autostrada A10 si spezzò trascinando nel vuoto automobili, camion e vite innocenti, arriva il giorno più atteso: quello della sentenza.
Non restituirà le 43 persone che persero la vita, ma dovrà stabilire se e chi dovrà rispondere penalmente di una delle più gravi tragedie della storia italiana recente.
Sei vittime campane in una tragedia che segnò il Paese
Tra le vittime c’erano anche sei cittadini campani.
I giovani di Torre del Greco Giovanni Battiloro, Matteo Bertonati, Gerardo Esposito e Antonio Stanzione, Gennaro Sarnataro, originario di Casalnuovo, e Stella Boccia, di Somma Vesuviana.
Nomi che negli anni sono diventati il simbolo di un dolore che continua ad attraversare famiglie, comunità e un intero Paese, ancora in attesa di una parola definitiva della giustizia.
Un processo gigantesco
Quello celebrato a Genova è stato uno dei procedimenti più imponenti mai affrontati dalla magistratura italiana.
I numeri raccontano da soli la portata dell’inchiesta:
- 57 imputati
- 284 udienze
- 282 testimoni
- 4 periti
- oltre 12 terabyte di documentazione
- 332 faldoni cartacei
- più di 24 mila pagine di trascrizioni
- 168 parti civili rimaste nel processo dopo gli accordi risarcitori.
Un lavoro investigativo e processuale durato anni per ricostruire responsabilità, omissioni e scelte che, secondo l’accusa, avrebbero contribuito al disastro.
L’accusa: «Si risparmiò sulla sicurezza»
Per la Procura di Genova il crollo non fu una fatalità.
Secondo i pubblici ministeri, per anni sarebbero stati privilegiati gli interessi economici rispetto alla manutenzione e alla sicurezza della rete autostradale, con controlli ritenuti insufficienti e interventi rinviati.
Tra gli imputati figurano ex dirigenti di Autostrade per l’Italia, della controllata Spea, funzionari del Ministero delle Infrastrutture e del Provveditorato.
Le contestazioni, a vario titolo, comprendono omicidio colposo plurimo, crollo doloso, attentato alla sicurezza dei trasporti, falso e omissione di atti d’ufficio.
Complessivamente l’accusa ha chiesto quasi 400 anni di carcere. La richiesta di pena più alta, 18 anni e sei mesi, riguarda l’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, che ha sempre respinto le accuse dichiarando: «Mi sento responsabile, ma non colpevole».
Una sentenza destinata a fare storia
In questi anni il ponte è stato ricostruito grazie al progetto donato da Renzo Piano e Genova ha provato a rialzarsi.
Ma il processo sul Morandi non riguarda soltanto un’infrastruttura crollata.
Riguarda il confine tra profitto e sicurezza, il peso delle responsabilità di chi gestisce opere pubbliche strategiche e il diritto delle vittime ad avere una verità giudiziaria.
Oggi, dopo quasi otto anni, quel lungo percorso arriva a un passaggio decisivo. Per i familiari delle 43 vittime la sentenza non cancellerà il dolore. Potrà però dire, finalmente, se quella tragedia poteva essere evitata e chi dovrà risponderne davanti alla legge.












