Quell’attentato d’amore

Che fosse, o che sia, un “attentato d’amore” è ancora tutto da capire. Valter Lavitola avrebbe ideato e attuato il piano: bomba sotto casa del caro amico mio, ovvero Sigfrido Ranucci, per promuovere una sua, e del conduttore di Report, ascesa in politica. Incredibile, ma vero.

Stiamo accennando a uno dei sentieri giudiziari percorsi della Procura di Roma.

Quando e se finirà questa storia da Cinepanettone, da reportorio Filmauro, qualcuno troverà il coraggio di spiegare come sia stato possibile e in quale universo parallelo è potuto accadere che il protagonista del giornalismo investigativo, Sigfrido Ranucci, abbia pranzato, cenato, brindato fino a fare coppia fissa, con incontri insieme, confidenze, progetti e amicizie, famiglie e chissà cos’altro, proprio con il signore degli intrighi: Valter Lavitola, il malandrino dei malandrini, col suo quarto d’ora di celebrità nel finale della stagione craxiana e poi berlusconiana.
Lavitola sognava il conduttore di Report come il salvatore della patria che poteva sollevare il centrosinistra dal duello da “Ok Corral” Schlein-Conte, il vincitore delle elezioni e arrivare a palazzo Chigi. Si era procurato dei sondaggi, consultava esperti, tesseva tele d’interessi nel fangoso sottobosco politico di Roma. Perché lui, voleva diventare il nuovo Gianni Letta e Sigfrido il premier. Così fantasticava Lavitola.
Purtroppo tutti quelli che sino a ora hanno pensato a un attentato criminale per abietti motivi, oggi devono considerarsi epici, eroi dell’intelletto. Nonostante non avessero fermato un drone russo o riaperto lo Stretto di Hormuz con la sola forza del pensiero. Perché la regolarità, l’ordinarietà oggi più che mai è rappresentata da un Lavitola qualunque. Ma ricordate Lucio Dalla? «L’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale». Ed era il 1977. I poeti certe cose le capiscono prima.