La campagna per il referendum sulla riforma della giustizia si scalda ulteriormente dopo le parole del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, che ha attribuito alla parte favorevole al “Sì” categorie controverse come imputati e centri di potere. La reazione della politica è immediata e dura, con critiche trasversali e richieste di chiarimento.
Le parole che scatenano la polemica
Il procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, è tornato a parlare del referendum sulla giustizia in un’intervista, sostenendo che alla consultazione “voteranno No le persone perbene, quelle che credono nella legalità e nel cambiamento”, mentre “voteranno Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”.
Le affermazioni, pronunciate senza giri di parole, hanno subito acceso il dibattito politico, con diversi esponenti di governo e dell’opposizione che hanno chiesto spiegazioni o preso le distanze.
Reazioni politiche e richieste di chiarimento
Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha espresso sorpresa e disappunto per le parole del magistrato, definendole “offensive verso milioni di cittadini che non voteranno come lui” e auspicando un confronto civile sulle ragioni del referendum.
Anche Carlo Calenda, segretario di Azione, pur dichiarandosi favorevole al “Sì”, ha giudicato “inaccettabile etichettare chi è per il sì come indagato o massone”, sottolineando l’importanza di un dibattito rispettoso.
Da parte sua, Gratteri ha poi cercato di precisare il senso delle sue parole, sostenendo di essere “stanco che i miei interventi vengano parcellizzati” e chiarendo di aver voluto riferirsi ai centri di potere che a suo avviso trarrebbero beneficio dalla riforma, non all’elettore comune.
Il referendum e il contesto istituzionale
La consultazione popolare è prevista per il 22 e 23 marzo 2026, quando gli italiani saranno chiamati alle urne per decidere sulla riforma della giustizia approvata dal Parlamento, che prevede, tra le altre cose, la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e altre modifiche sul funzionamento dell’ordinamento giudiziario.
Il referendum ha già diviso la politica e la società: da un lato chi sostiene che la riforma rafforzi l’efficienza e la trasparenza, dall’altro chi teme che possa indebolire l’indipendenza della magistratura.
Un dibattito sempre più acceso
Le dichiarazioni di Gratteri non sono isolate: da settimane le discussioni sul referendum vedono posizioni fortemente contrastanti, con toni che spesso superano i confini della dialettica politica tradizionale.
Con poco più di un mese all’appuntamento con le urne, lo scontro si sta polarizzando non solo su contenuti tecnici, ma anche su toni e stile del confronto pubblico, con reazioni che arrivano da tutti gli schieramenti e richieste di maggiore responsabilità istituzionale.
La guerra delle parole sul referendum continua a farsi sempre più accesa. Le affermazioni di Gratteri hanno messo ulteriore benzina sul fuoco, alimentando una campagna che non parla solo di riforme istituzionali, ma di immagini e percezioni del sistema giudiziario. Con il voto sempre più vicino, il Paese si prepara a una consultazione che rischia di essere uno snodo importante non solo per la giustizia, ma per il clima politico italiano.












