Sanità, salta la riforma dei medici di famiglia: stop al decreto sulle case di comunità

Ritirato il provvedimento che prevedeva l’inserimento dei medici nelle nuove strutture territoriali e il passaggio alla dipendenza per una parte dei professionisti. Il Governo valuta soluzioni alternative

La riforma della medicina territoriale si ferma prima del traguardo. Il decreto che avrebbe dovuto ridisegnare il ruolo dei medici di famiglia all’interno del sistema sanitario nazionale sarebbe stato ritirato, aprendo una nuova fase di confronto tra Governo, Regioni e rappresentanze della medicina generale.

La misura prevedeva due novità particolarmente rilevanti: l’inserimento strutturato dei medici di famiglia nelle Case di Comunità e il passaggio al rapporto di dipendenza per una parte dei professionisti attualmente convenzionati con il Servizio sanitario nazionale.

Una decisione che rappresenta una brusca frenata per uno dei pilastri della riorganizzazione dell’assistenza territoriale prevista dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

IL DISEGNO DELLA RIFORMA

L’obiettivo del provvedimento era quello di rafforzare la medicina di prossimità, rendendo operative le Case di Comunità realizzate grazie ai fondi del Pnrr e garantendo una maggiore presenza sanitaria sul territorio.

La riforma avrebbe modificato profondamente il modello organizzativo della medicina generale, tradizionalmente basato sul rapporto convenzionale tra medici e Servizio sanitario nazionale.

Un cambiamento che ha generato un intenso dibattito tra istituzioni e categorie professionali, dividendo sostenitori e contrari.

LE ALTERNATIVE SUL TAVOLO

Il ritiro del decreto non significa però l’abbandono definitivo del progetto.

Tra le ipotesi attualmente allo studio vi sarebbe una norma specifica da approvare successivamente oppure l’inserimento delle nuove regole direttamente nell’atto di indirizzo per il rinnovo della convenzione della medicina generale.

Tra le soluzioni prese in considerazione emerge anche la possibilità di introdurre l’obbligo per i medici di famiglia di garantire sei ore settimanali di attività all’interno delle Case di Comunità, senza modificare immediatamente il loro status professionale.

IL NODO DELLE CASE DI COMUNITÀ

La questione centrale resta il futuro delle Case di Comunità, strutture considerate strategiche per alleggerire la pressione sugli ospedali e migliorare l’assistenza territoriale.

Molte di queste realtà sono state realizzate o sono in fase di completamento grazie ai finanziamenti europei, ma la loro piena operatività dipende anche dalla presenza stabile di personale sanitario.

Proprio per questo il Governo continua a lavorare a una soluzione che consenta di rendere effettivamente funzionante la rete territoriale senza aprire nuovi fronti di conflitto con la categoria dei medici di famiglia.

IL CONFRONTO RESTA APERTO

La frenata sulla riforma non chiude dunque il dossier. Al contrario, apre una nuova fase di trattative che potrebbe portare a un percorso più graduale e condiviso.

L’obiettivo dichiarato resta quello di rafforzare la sanità territoriale e garantire ai cittadini servizi più vicini e accessibili, ma il percorso per arrivarci appare oggi più complesso del previsto.

La partita sulla medicina di famiglia, uno dei temi più delicati della sanità italiana, è tutt’altro che conclusa.