di Silver Mele
Ci sono notizie che vanno oltre la cronaca.
Notizie che finiscono per interrogare il senso stesso di sicurezza percepita da una comunità.
Un uomo spara sei colpi di pistola contro un carabiniere fuori servizio dopo una lite per motivi di viabilità. Non stiamo parlando di una minaccia, di un insulto o di una spinta. Stiamo parlando di sei colpi esplosi con una pistola rubata. Sei tentativi che, solo per una questione di traiettoria, fortuna o imperizia, non si sono trasformati in omicidio. E’ accaduto a Sant’Anastasia, nel napoletano.
Poi arriva l’arresto. L’arma viene recuperata. I fatti sembrano chiari.
Eppure l’uomo torna in libertà.
Naturalmente esistono procedure, garanzie, diritti costituzionali e valutazioni che spettano esclusivamente alla magistratura. Ed è giusto che sia così in uno Stato di diritto. Ma il problema non è soltanto giuridico. È sociale. È culturale. È persino psicologico.
Perché il cittadino comune fatica a comprendere.
Fatica a comprendere come sia possibile che chi impugna una pistola e spara sei volte contro una persona possa ritrovarsi libero dopo poche ore mentre interi territori combattono ogni giorno contro la percezione crescente dell’impunità.
La questione non riguarda soltanto un carabiniere. Riguarda tutti.
Perché se a finire nel mirino fosse stato un passante, un padre di famiglia, una donna che rincasava o un ragazzo fermo a un semaforo, la riflessione sarebbe identica.
Da troppo tempo in Italia si registra uno scollamento sempre più evidente tra la giustizia percepita dai cittadini e quella spiegata dalle procedure. Il risultato è un sentimento pericoloso: la sfiducia.
E la sfiducia nelle istituzioni è un veleno lento che corrode il patto sociale.
Nessuno chiede processi sommari. Nessuno invoca scorciatoie incompatibili con la democrazia. Ma una domanda continua a tornare con forza: quale messaggio arriva alla collettività quando un uomo accusato di aver sparato sei colpi contro un rappresentante dello Stato torna immediatamente in libertà?
Perché alla fine il punto è tutto qui.
Non è una questione di vendetta.
È una questione di credibilità.
E uno Stato credibile non deve soltanto essere giusto. Deve anche apparire tale agli occhi dei cittadini che ogni giorno gli affidano la propria sicurezza.












