di Silver Mele
L’ex numero uno d’Italia racconta il capolavoro invisibile del numero uno del mondo: «La vera vittoria non è Wimbledon, ma quello che è successo dopo il Roland Garros». Poi il paragone con Djokovic, il ruolo di Cahill e Vagnozzi e il duello destinato a segnare un’epoca con Alcaraz
“Sovrannaturale”. Una sola parola per spiegare Sinner
Ogni generazione cerca una definizione per il campione che la rappresenta.
Fenomeno. Alieno. Macchina perfetta. Cannibale.
Poi arriva qualcuno che costringe a ricominciare da capo, perché nessuna parola sembra più sufficiente.
Quando chiediamo a Diego Nargiso di descrivere Jannik Sinner con un solo aggettivo, la risposta arriva senza un istante di esitazione.
«Sovrannaturale».
Non è un’esagerazione.
È il giudizio di chi il tennis lo conosce dall’interno. Vincitore di Wimbledon junior, protagonista della Coppa Davis, primo italiano a entrare stabilmente nell’élite mondiale, Nargiso osserva il numero uno del mondo con gli occhi di chi sa riconoscere la differenza tra un fuoriclasse e un giocatore destinato a cambiare un’epoca.
Per lui Sinner non è soltanto il migliore del circuito.
È il tennista che sta modificando il concetto stesso di eccellenza.
La partita più importante? Non si è giocata a Wimbledon
Per il mondo intero la fotografia della rinascita è il trofeo alzato sull’erba dell’All England Club.
Per Diego Nargiso, invece, la vera vittoria arriva molto prima.
Nasce nelle settimane successive alla finale persa al Roland Garros.
Una sconfitta che avrebbe lasciato cicatrici profonde a chiunque. Prima il dominio, poi il crollo improvviso contro Cerúndolo quando il traguardo sembrava ormai vicino. Un anno dopo quei tre match point sfumati contro Carlos Alcaraz sulla terra di Parigi.
Una doppia ferita.
Eppure proprio lì nasce il nuovo Sinner.
«Dopo Parigi hanno fatto un lavoro pazzesco soprattutto dal punto di vista mentale. Quello che è successo al Roland Garros è qualcosa di destabilizzante per un giocatore.»
Secondo Nargiso il vero capolavoro non è stato tecnico.
È stato psicologico.
«Nella prima settimana di Wimbledon, secondo me, Sinner era più preoccupato che potesse ripetersi quello che era successo a Parigi che del tennis stesso.»
Superata quella barriera invisibile, tutto è tornato al proprio posto.
Il servizio.
La risposta.
La lucidità.
La serenità.
Perché il Wimbledon di Sinner nasce prima nella testa che sul campo.
La rivoluzione di Jannik: migliorare ogni giorno invece di inventare
Negli ultimi mesi qualcuno lo ha definito una macchina.
Altri un algoritmo.
Per Nargiso il punto è completamente diverso.
«Sinner rappresenta un’innovazione culturale nello sport.»
Una frase che va molto oltre il tennis.
«Prima non esisteva questa attenzione quasi ossessiva al miglioramento della performance. Succedeva nell’atletica, nel nuoto, nello sci. Lui, proprio perché arriva dallo sci, ha portato questa mentalità anche nel tennis.»
Il segreto non è cercare continuamente qualcosa di nuovo.
È perfezionare ciò che già funziona.
Un centimetro in più sul servizio.
Un movimento più economico.
Una scelta più lucida.
Un dettaglio migliore del precedente.
«Migliorando continuamente la performance riesce ad affrontare con serenità anche i momenti difficili.»
La tranquillità di Sinner nasce dalla preparazione.
Non dall’istinto.
Roland Garros? «Non deve diventare un’ossessione»
L’unica casella ancora vuota si chiama Parigi.
Ma per Nargiso sarebbe un errore trasformarla in una fissazione.
«La vittoria del Roland Garros non deve diventare una malattia. Arriverà.»
La convinzione nasce dalla traiettoria del numero uno del mondo.
Ha già conquistato Australian Open, US Open e Wimbledon.
Ha sfiorato il Roland Garros.
Secondo Nargiso è soltanto una questione di tempo.
Non una promessa.
Una conseguenza naturale.
Djokovic resta il modello. Ma Sinner ha una strada diversa
Il confronto con Novak Djokovic è inevitabile.
Per Nargiso, Jannik è il giocatore che più ricorda il campione serbo.
«È quello che gli assomiglia di più.»
Ma aggiunge subito un dettaglio decisivo.
«Rivedo Djokovic in Sinner, però con una serenità ancora maggiore.»
Poi arriva una riflessione destinata a far discutere.
«Djokovic ha costruito la sua leggenda affrontando contemporaneamente Federer e Nadal. Oggi Sinner ha un solo vero rivale.»
Quel rivale si chiama Carlos Alcaraz.
Alle loro spalle vede Alexander Zverev.
Una geografia diversa.
E forse una strada ancora più aperta verso i grandi record.
Perché ad Alcaraz manca… Sinner. E a Sinner manca Alcaraz
Può sembrare un paradosso.
Il nemico più pericoloso è anche quello di cui un campione ha più bisogno.
«Alcaraz manca tantissimo a Sinner.»
Per una ragione molto semplice.
I grandi rivali costruiscono le grandi leggende.
Federer senza Nadal.
Nadal senza Djokovic.
Lo stesso accadrà con Sinner e Alcaraz.
«I rivali ti fanno migliorare. Tra loro c’è enorme rispetto, ma anche il desiderio continuo di superarsi.»
È il motore delle grandi dinastie sportive.
Vagnozzi e Cahill, il laboratorio dell’eccellenza
Dietro un campione di questo livello non esiste mai un solo uomo.
Nargiso divide perfettamente i compiti.
Simone Vagnozzi rappresenta la ricerca continua.
«Ha il coraggio di andare sempre a cercare qualcosa in più.»
Darren Cahill, invece, è l’equilibrio.
«Il suo compito è ottimizzare tutto e far sì che Jannik riesca anche a godersi quello che sta facendo.»
Tecnica.
Gestione.
Crescita.
Ma alla fine il punto resta sempre lo stesso.
«Sono due grandi allenatori, ma quando alleni un giocatore così è lui che porta anche te a migliorare.»
“Sovrannaturale”, perché certe parole pesano più di mille statistiche
Alla fine il cerchio si chiude dove era iniziato.
Una sola parola.
Sovrannaturale.
Non perché Sinner faccia cose impossibili.
Ma perché rende naturale ciò che, fino a pochi anni fa, sembrava irraggiungibile.
Non sta soltanto vincendo.
Sta riscrivendo il modo di costruire un campione.
Trasformando il miglioramento continuo in una filosofia di vita.
Ed è questo, secondo Diego Nargiso, il tratto che appartiene soltanto ai fuoriclasse assoluti.
A quelli destinati non semplicemente a dominare il proprio tempo.
Ma a cambiarlo.












