In Campania la povertà alimentare non è più un fenomeno marginale. È una condizione strutturale che riguarda migliaia di famiglie, soprattutto nelle aree urbane e nelle periferie, dove l’accesso a un’alimentazione adeguata è sempre più fragile. Eppure, nello stesso territorio, il cibo continua a essere sprecato e buttato, senza che esista ancora un sistema capace di intercettare e ridistribuire in modo efficace le eccedenze.
I dati nazionali parlano chiaro: in Italia si sprecano ogni anno circa 67 chili di cibo a persona. La Campania non fa eccezione. Supermercati, ristorazione, mense e famiglie contribuiscono a un flusso costante di alimenti che finiscono nella raccolta indifferenziata, mentre cresce il numero di persone che saltano i pasti, riducono la qualità del cibo o si affidano alle reti di assistenza.
Il fenomeno della povertà alimentare si manifesta in modo diffuso, ma con intensità diverse. Nei quartieri più fragili di Napoli e nelle aree interne, l’accesso al cibo non è solo una questione di reddito, ma anche di disponibilità e prossimità: pochi punti vendita, prezzi elevati, trasporti carenti. A questo si aggiunge la pressione sulle associazioni caritative e sui banchi alimentari, che faticano a rispondere a una domanda in costante aumento.
Nel frattempo, lo spreco resta un problema irrisolto. La filiera alimentare continua a produrre eccedenze che non trovano sbocchi alternativi al rifiuto. Le donazioni esistono, ma non sono sufficienti; spesso mancano coordinamento, logistica e strumenti normativi locali capaci di facilitare il recupero e la redistribuzione del cibo invenduto o in scadenza.
La coesistenza tra povertà diffusa e spreco alimentare non è un’eccezione, ma una condizione ormai stabile. Non si tratta di una contraddizione astratta, bensì di una mancata connessione tra chi ha troppo e chi non ha abbastanza. Una distanza che non viene colmata né dal mercato né, in modo sistematico, dalle politiche pubbliche.











