Tra le righe: Sandro Veronesi e “Il colibrì”: il peso del dolore, la leggerezza della vita

di Chiara Capuano

“Il colibrì” di Sandro Veronesi (La nave di Teseo, 2019) è un libro che incuriosisce subito per la sua copertina gialla, per l’originale uccellino da cui prende il titolo, che riporta subito alla mente “Il cardillo innamorato” della Ortese e “Il cardellino” di Donna Tartt

Accostamenti perfetti, visto che anche qui è narrata un’intensa storia umana. Tragica e fortemente intrisa di metafore e con un pizzico di fantastico, nelle iperboli funzionali al racconto.

Marco Carrera: padre esemplare, marito fedele, dedito oculista. 
Una vita apparentemente perfetta, in cui ogni elemento è ordinato e al suo posto.
Ogni certezza viene però spazzata via dall’incontro con l’analista di sua moglie che, infrangendo la segretezza a cui la professione lo vincola, per tutelare la sua incolumità decide di parlare con lui e confessargli qualcosa di sconcertante che farà crollare l’esistenza ordinata che si è costruito.
Ma la vita di Carrera, del resto, è sempre stata tutt’altro che perfetta. 
La storia copre un lungo lasso di tempo. Partendo dalla fine degli anni 70′, segue le vicende del protagonista dalla sua nascita sino al giorno della morte, principalmente tra Firenze, Roma, Forte dei Marmi, ripercorrendone l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta e la vecchiaia: una vita intessuta di dolori e sofferenze, con una controversa conclusione e qualche raro momento di fulgida bellezza.
La scelta della narrazione è particolarmente interessante: un intreccio di presente, passato e futuro, con un narratore onnisciente che anticipa, preannuncia, commenta, pontifica.
Il testo è difficile da leggere perché manca di linearità: zigzaga fra gli anni, tace diverse cose, che pure al lettore arrivano con forza; a volte offre risposte prima delle domande; alcune delle quali restano aperte sin quasi alla fine.

Filo conduttore del romanzo è la resilienza, che Marco Carrera potrebbe a buon diritto annoverare tra i suoi pregi: la capacità di sopravvivere nonostante le avversità, di raccontarsi la realtà a modo suo ma senza mai mentirsi o mentire, di vivere anche quando intorno a lui c’è la morte.
Morte delle persone che lui ama, ma morte anche di un sogno, di un progetto, di un’idea di vita.
Si parla molto d’amore: quello poetico che lo lega a Luisa, unica donna da lui amata, un amore che non potrà mai essere vissuto se non per lettera e in brevi parentesi della vita di entrambi, a causa dello scorrere delle loro esistenze ad un ritmo diverso. L’amore impulsivo e giovanile che lo lega a Marina. Quello feroce che lo lega al gioco d’azzardo e il sentimento tenero e assoluto che lo lega alla figlia e infine alla nipote.

Un leitmotiv del libro è la psicoanalisi. Marco Carrera non ricorre mai all’aiuto di un analista, ma tutte le donne della sua vita vi hanno fatto ricorso: sua madre, Marina, Luisa, sua figlia, sua nipote.
Marco non crede nella psicoanalisi e non vi ricorre mai, eppure con lo psichiatra della sua prima moglie ha un dialogo continuo, costruttivo ed importante, che proseguirà fino alla vecchiaia, e che lo aiuterà in momenti delicati della sua vita. Tutto il testo è l’analisi approfondita di un personaggio multiforme e intessuto di colpa e tormenti.

Quel che lascia la lettura di questo libro è soprattutto la riflessione intensa sugli sguardi: da oculista, Carrera attribuisce grande importanza agli occhi, agli sguardi, al vedere e all’esser visti. Gli sguardi creano, disfano, definiscono, disegnano, racchiudono, liberano. Anche gli occhi diventano strumento asservito alla metafora: vedere per vivere, perché non si può vivere con gli occhi chiusi. Altrimenti si cade in burroni profondissimi, dai quali difficilmente c’è possibilità di risalita e salvezza.
Vedere allora è necessario per esistere. Dinanzi agli altri e dinanzi a sé stessi.

Un libro particolare, quindi: complesso, sfaccettato, narrato in maniera contorta, come se il legame fra i capitoli fosse dettato dai ricordi che via via riemergono in questo racconto di vita piuttosto che dalla successione temporale degli eventi, con una prosa forbita e incredibilmente ipotattica, che spesso diventa flusso di coscienza e costringe il lettore a seguire quel fiume di parole.

Una storia di vita. Verosimile. Quasi. 
Perché “Il colibrì” è prima di tutto una metafora, metafora del vivere e del morire, della gioia e del dolore.
Metafora di quel “quasi” che difficilmente si riesce a toccare, a raggiungere: ossia di un’esistenza vissuta nell’eroismo quotidiano, dove non si vincono medaglie, coppe o trofei, spesso non si conquista il grande amore, non si vive la vita che si desidera. Quella vita in cui raramente si vince. E, anche quando si vince, si scopre poi che quella specifica vittoria non valeva nulla.
Spesso si perde.
Ma comunque, con ogni mezzo possibile, si vive. 
Senza mai chiudere gli occhi.

“Ti piace giocare a pallone? Giocaci. Ti piace camminare in riva al mare, mangiare la maionese, dipingerti le unghie, catturare le lucertole, cantare? Fallo. Questo non risolverà nemmeno uno dei tuoi problemi ma nemmeno li aggraverà, e nel frattempo il tuo corpo si sarà sottratto alla dittatura del dolore, che vorrebbe mortificarlo. […] Non dico che le tornerà la voglia di vivere. Probabilmente non le tornerà. Ma starà comunque vivendo.”