Il presidente americano annuncia il controllo esclusivo degli Stati Uniti sul passaggio strategico: «Ci sono ancora mine occasionali, ma abbiamo bonificato l’intero Stretto». Intanto il Washington Post rivela che Trump sarebbe rientrato dal vertice Nato di Ankara a bordo di un aereo militare per una minaccia iraniana di assassinio. Pezeshkian, invece, racconta di un lungo incontro con Mojtaba Khamenei
Lo Stretto di Hormuz torna al centro della crisi tra Stati Uniti e Iran. E questa volta Donald Trump sceglie parole che non lasciano molto spazio alle interpretazioni: gli Stati Uniti, sostiene il presidente americano, hanno bonificato l’intero tratto di mare e ne controllano ormai il passaggio in maniera esclusiva.
Una dichiarazione destinata a pesare su uno dei punti più sensibili dello scenario mediorientale, perché Hormuz non è un semplice tratto di mare. È una delle arterie energetiche più importanti del pianeta: attraverso quello stretto passa una quota enorme del petrolio mondiale e qualsiasi interruzione prolungata avrebbe conseguenze immediate sui mercati e sull’economia internazionale.
Trump: «Abbiamo il controllo esclusivo»
Parlando nello Studio Ovale, Trump ha ammesso che la situazione resta «un po’ complessa» per la presenza occasionale di mine.
Ma il messaggio politico è stato netto.
Gli Stati Uniti, secondo il presidente, avrebbero completato le operazioni di bonifica e deterrebbero il controllo esclusivo dello Stretto.
Una precisazione che arriva mentre Washington continua a considerare Hormuz uno degli elementi decisivi per impedire all’Iran di condizionare il traffico marittimo internazionale.
Trump non ha nascosto però la possibilità che Teheran possa ancora creare problemi.
«Possono creare problemi? Sì, possono farlo», ha detto il presidente americano, aggiungendo però una valutazione durissima sulle condizioni economiche dell’Iran: «Sono al verde, non hanno soldi».
È una lettura che fotografa la strategia americana: pressione militare e controllo delle vie strategiche accompagnati dalla convinzione che l’indebolimento economico possa ridurre la capacità iraniana di sostenere un confronto prolungato.
Il mistero del volo di Trump
Ma nelle stesse ore emerge un altro elemento destinato ad alimentare la tensione.
Secondo quanto riferito dal Washington Post, Trump sarebbe rientrato dal vertice Nato di Ankara, lo scorso luglio, a bordo di un aereo militare e non dell’Air Force One.
Il motivo sarebbe legato alla minaccia di un possibile attentato da parte dell’Iran.
Una decisione che, se confermata nei dettagli, racconta meglio di molte dichiarazioni ufficiali quanto alto sia stato il livello di allerta attorno al presidente americano.
Non si tratterebbe soltanto di una questione simbolica. Cambiare aereo, modalità di trasferimento e procedure di sicurezza per il comandante in capo degli Stati Uniti significa considerare concreta una minaccia e adottare misure straordinarie per ridurre i rischi.
Teheran prova a mostrare unità
Sul fronte iraniano, intanto, Masoud Pezeshkian cerca di trasmettere un’immagine di compattezza del potere.
Il presidente iraniano ha riferito di aver avuto un incontro durato sette ore con Mojtaba Khamenei, durante il quale sarebbero state affrontate le principali questioni riguardanti il Paese.
Il dato politicamente rilevante è soprattutto la durata del colloquio, che testimonia la complessità della fase attraversata dall’Iran.
Teheran deve infatti gestire contemporaneamente la pressione americana, la questione dello Stretto, le conseguenze economiche del conflitto e la necessità di mantenere una linea politica interna sufficientemente coesa.
Hormuz, la partita che può cambiare tutto
È però lo Stretto a rappresentare il vero punto di equilibrio della crisi.
Il controllo americano annunciato da Trump può ridurre il rischio di un blocco del traffico marittimo, ma non cancella automaticamente la minaccia.
La presenza di mine, anche quando occasionale, rende infatti ogni operazione di navigazione particolarmente delicata. E soprattutto mantiene Hormuz al centro della pressione strategica tra Washington e Teheran.
Perché in quel corridoio marittimo non si misura soltanto la forza militare dei due Paesi.
Si misura anche la capacità dell’Iran di condizionare l’economia mondiale e quella degli Stati Uniti di garantire la libertà di navigazione.
Trump vuole dimostrare che il controllo è ormai americano.
L’Iran, invece, deve dimostrare di avere ancora la capacità di rendere quel controllo tutt’altro che scontato.
Ed è proprio per questo che, nonostante le parole di Trump, Hormuz resta uno dei luoghi più delicati e imprevedibili della crisi.












